Produrre sogni è un valore

 

 

 

sogni

Sabato 13 settembre. Una giornata da me attesa. Assoetica mi ha invitata a partecipare come uditrice alla giornata d’aula del corso di Alta formazione La direzione e la revisione etica, che organizza ogni anno per i manager delle aziende italiane.

Ero curiosa. Molto curiosa. Come consulente pedagogica abituata a lavorare nel Terzo settore e con le famiglie, immaginavo di ritrovarmi in una situazione per me inusuale, caratterizzata da linguaggi di cui non ho esperienza. La sorpresa invece è stata grande. In quell’aula, della Blend Tower di Milano, mi sono ritrovata a casa.

La mattinata è stata all’insegna della Filosofia digitale, argomentata da O.Longo, con le capacità magistrali che lo contraddistinguono. Ingegnere, Matematico, Scrittore di narrativa, poesie, sceneggiature teatrali. Lo avevo già conosciuto, a marzo in occasione di un Convegno a Biella in cui si trattava del valore della narrazione per le professioni sanitarie. Mi aveva emozionata centrando il suo contributo sul senso della narrazione, capace di “fregare la morte”, perché è tramite le “parole che parliamo” e che parlano di noi che possiamo dirci vivi davvero.
E lui sa usare benissimo le parole. Sabato mi ha tenuta incantata per più di due ore, accompagnandomi attraverso la Meccanica quantistica e la forza mitopoietica della Tecnica. Chi mi conosce può ora sorridere incredulo. Io mi definisco spesso una persona discalculica non certificata. Ho un brutto rapporto con la matematica e non ho mai incontrato professori capaci di trasmettermi il fascino di numeri e calcoli, verso cui attuo una resistenza ai limiti del concepibile. Bene, sabato, grazie a Longo, ho imparato addirittura il valore degli automi cellulari. Ma non solo. Abbiamo ragionato intorno a tematiche filosofiche che invece mi appartengono molto: la specie umana attualmente si ritrova nello stadio evolutivo definibile Homo technologicus, perché siamo caratterizzati da un’evoluzione biotecnologica a partire dal fatto che la nostra stessa esistenza è caratterizzata dalla presenza di artefatti, di cui il computer è il protagonista indiscusso. La deriva di questa linea evolutiva potrebbe essere che nei prossimi decenni, la nostra componente organica potrebbe risultarci di impaccio.

E quali ricadute etiche ha tutto questo? Esiste un limite da imporre allo sviluppo tecnologico? E se sì, perché? Quali forme d’etica e quali responsabilità decidiamo di assumerci nell’Epoca del Post-Umano?

Ciò che a mio parere rimane invariato nella scala evolutiva che separa l’Homo sapiens da quello technologicus, è il bisogno di socialità. Rimaniamo “animali sociali” come Aristotele ha narrato a suo tempo ed ora questo nostro bisogno viene supportato dalle strutture dell’intelligenza connettiva. Noi siamo esseri sociali perché connessi anche e soprattutto attraverso il Web.

Il pomeriggio abbiamo invece incontrato S. Di Giorgi, formatore, consulente, critico cinematografico freelance. Con lui abbiamo ragionato su La responsabilità dello sguardo ed è stato molto interessante ritrovare nel mestiere del regista, una competenza caratteristica del pedagogico: è imparando a guardare e ad analizzare il girato che si realizza un film e, così come un film, anche il film della vita di ognuno di noi. È imparando a guardare con attenzione i processi delle interazioni sociali nostre e altrui che possiamo influire sulla loro la rotta e la loro qualità, perché come ha detto anche Padre Casalone, in occasione di una docenza per Assoetica anni fa: ”Una volta che qualcuno entra nel tuo orizzonte di sguardo, non puoi fingere di non averlo visto”.

Non voglio tediare i lettori rispetto a ciò che mi sono portata a casa da questa giornata d’aula, nelle mie vesti professionali di esperta di processi formativi. Credo sia importante invece sfogliare il mio stupore e mostrarvelo: Assoetica forma  figure manageriali…in questo modo. Mi pare incredibile. Ma così non è. Da 12 anni, forma i vertici delle aziende aprendo loro lo sguardo sull’Umanità. Non ho avuto un’allucinazione!

E vi spiego l’origine del mio stupore. Io attraverso tutti i giorni le fatiche compiute dalle cooperative sociali che lavorano per costruire possibilità di vita migliori per i cittadini e che, per sopravvivere, sono costrette a inventarsi l’impossibile in termini di sostenibilità economica dell’impresa. Ciò che i fatti politici narrano (non le parole dei politici, ma le scelte concrete che poi attuano al di là di quello che predicano) è che spendere tempo e risorse per migliorare le condizioni dei propri cittadini non ha valore. Lo Stato taglia e le cooperative sociali, e gli educatori professionali, i coordinatori e i consulenti che vi operano, lavorano in condizioni assurde, al confine del lecito definito dal Diritto del lavoro. E questo non solo in tempo di crisi. Sempre!

Le imprese profit oggi non navigano nell’oro, ma vorrei organizzare un tour nel Terzo settore per soli manager aziendali per far loro testare con mano le condizioni difficili in cui versano coloro che ogni giorno lavorano per educare i loro figli dentro e fuori la scuola, o per accompagnare i loro parenti anziani, perché le cooperative sociali non si occupano solo di persone disagiate, ma di tutti.  Ovvio che automatico venga da pensare che sia un’ingiustizia che chi produce soldi o prodotti materiali versi in condizioni lavorative migliori di chi si occupa anche di loro e dei loro familiari.

Ma farsi sopraffare dal senso di ingiustizia ha le gambe corte. E magari è anche giunto il momento in cui evitare di invidiare l’erba del vicino per capire come agire.

Assoetica lo fa. Non demonizza il mondo aziendale, ma vuole contribuire a migliorarlo interrogando le persone che lo popolano. A chi lavora in azienda ricorda l’importanza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Perché la possibilità di scelta è dell’Umano, nessuno risparmiato e nessun’alibi nel delegare all’Organizzazione responsabilità che sono del singolo. Un dovere di ognuno prima ancora che un diritto ed è questo il valore etico valido in ogni ambito collettivo.

Ho pensato a mio padre che, ormai in pensione, ha lavorato in azienda con incarichi di grande responsabilità organizzativa. La sera, distrutto, rincasava e raccontava della fatica quotidiana compiuta per non dimenticarsi di agire in modo tale da poter guardare in faccia sua moglie e le sue figlie fiero, perché consapevole di aver rispettato i propri valori e di non aver ceduto alle tentazioni della comodità e delle strade più facili. Un monito, quello del “Restiamo umani” che da sempre echeggia nelle mie orecchie.

L’incontro con Assoetica ha consolidato una mia convinzione: il Terzo settore, per risorgere dalle ceneri, non deve assumere le modalità di gestione aziendali, perché  le imprese sociali sono un valore per la nostra società.  Rappresentano laboratori di produzione di pensiero collettivo, dove le decisioni imprenditoriali vengono prese dall’Assemblea dei soci, e non solo dai vertici dirigenziali, ed esportano questo paradigma culturale  nei territori in cui operano, educando ad andare oltre  l’assistenzialismo, per imparare  a generare comunità competenti. E perché non imparare a farlo collaborando anche con il mondo aziendale, invece che rinnegarlo?
Mi piace pensare che questo sia possibile. Le strade, lo so, sono tutte da costruire e forse per molti di voi questo mio desiderio può essere riposto, senza nemmeno troppi scrupoli, nell’archivio ‘Sogni impossibili di una donna utopica’. Va bene.  E sapete perché? Bruno Bonsignore, presidente di Assoetica e di professione grande pubblicitario, mi ha ricordato che dobbiamo essere produttori di sogni.

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato su www.assoetica.it

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