Autorappresentazione del ruolo educativo e pedagogico

L’altro giorno dopo una conversazione svoltasi con alcuni con colleghi delle organizzazioni che compartecipano con l’università degli Studi Milano Bicocca alla preparazione del Convegno “Assalti al Cielo e Ritirate Strategiche”  ho preso alcuni appunti mentali che ho provato a ritradurre, nel corso di una discussione in un gruppo di educatori e pedagogisti, su Facebook. Il Caffè pedagogico è un gruppo Facebook, appena creato e che si sta proponendo come uno dei possibili luoghi intelligenti e social in cui discutere attorno a ruolo, alla professione e alla tematiche tecniche, deontologiche, etiche, scientifiche, paradigmatiche di chi lavora in ambito educativo e pedagogico.

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Il primo punto che ritengo significativo che si possa e si riesca a ritrovarsi in ambienti neutri/neutrali e comunque lontani dal quotidiano, per elaborare pensieri attorno al “chi siamo” e “come lavoriamo”, mentre nella pratica, questo tempo riflessivo non viene trovato, o tanto meno proposto o percepito come necessità cogente da numerose organizzazioni che si occupano di educazione. La fatica economica diventa una variabile significativa nel cambiamento osservato.

Un secondo punto che scelgo di non trattare riguarda la complessa e controversa tematica del riconoscimento dei titoli, più normativa, economica, e diciamo per semplificazione sindacale che comunque è oggetto di trattazione in molti luoghi.

Mi fermo invece, come terzo punto focale, sulla questione dell’autorappresentazione di ruolo.

La discussione, del gruppo che lavora attorno al convegno, verteva sulla perdita della rappresentazione civile/politica/sociale dell’educazione, letta come dato trasversale e contingente, così come il cambiamento della percezione di una professione una volta era percepita come civile e politica, nel senso nobile di capace di incontrare i bisogni di molti, e di accogliere il cambiamento di molti piuttosto che di uno solo.
Si è nominata anche la fatica a vedere il proprio ruolo educativo (si è parlato sopratutto di educatori) colto come sempre più sconnesso e/o lontano dai cambiamenti del mondo in cui è calato. Si vede la propria utenza ma non il mondo che si muove attorno; un mondo sempre più complesso, non percepito come quinta e scenario del discorso educativo, con le sue norme, leggi, culture che dettano le connessioni con l’educazione.

A ciò aggiungo che l’educazione professionale si è specializzata nel lavoro di contatto con tutte le sacche di disagio, nelle derive prodotte o sistemiche della nostra società; insomma si fa pratica educativa con chi esce dal circuito della normalità, (disabilita’, povertà sociale, minori a rischio, tossicodipendenza, disagio psichico, senza fissa dimora e ancora più di recente migranti e rifugiati), ambiti che nella loro marginalità sono poco visibili.
Lavorare qui è lavorare nell’ombra lunga dei problemi, che spiccano sul tema della professione e lo oscurano, perché diventa necessario stare sulla urgenza e sulla contingenza, nella declinazione pratica del un taglio alle risorse economiche; fino a veder scomparire il tempo per ripensare e rimettere in vista il proprio ruolo.
Il quale invece va rivisto e poi mostrato pubblicamente nel suo sostanziale impatto sociale, forte e strutturale, che risulta però “sfuggente” e calcolabile solo in tempi lunghi.

Educare implica la gestione di un ruolo quasi “liquido”, che lavora spesso su territori indefiniti e non molto visibili (educativa di strada, domiciliare, centri di aggregazione etc) e con utenze sfuggenti, che vanno cercate e non cercano.

Anche questi fattori concorrono a rendere poco nominabile e visibile il proprio ruolo, la sua “potenza” simbolica e strutturale, operativa, culturale, sociale e fenomenologica.
Educare (e praticare pedagogia), fatta esclusione di esclusi i quali lavorano come liberi professionisti e hanno un loro spazio, implica spesso esistere in luoghi predisposti da altri, o per altri; senza una sede visibile che aiuti a vedere se stessi al lavoro o che mostri ad altri “dove” stia il lavoro; l’educazione e la pedagogia sono collocate, nella loro dimensione strutturale, in modo “accessorio” allo spazio della scuola, del carcere, della famiglia, della disabilità, della malattia mentale. La si trova nei corridoi, nelle aule di risulta, nelle strade, nei parchi, di sera, e in orari “poco” lavorativi, nelle notti degli altri.

L’educare non si mostra nel suo essere dato dato aprioristico e fondativo; in quanto ogni frammento di società cresce ed evolve solo su una base di pensiero, attorno alla crescita.

Da qui, e come se ne esce, non è chiaro.

Ma a questo punto risulta necessario che vi sia una pluralità di luoghi dove ritessere un discorso educativo e pedagogico, un confronto sulle varie prospettive, tecniche, scientifiche, culturali, rivendicative, storiche, multidisciplinari che aiutino a rivedere il significato strutturale della propria professione per ricalarla nel quotidiano, mostrandone l’impronta significativa culturale e fondativa.

Siano essi i momenti preziosi di incontro tra Università e operatori del III settore, che spazi generosi e intelligenti sul Web, che aspirano forse tutti ad un incontro di culture e pensieri.

Monica Cristina Massola

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