– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook

Una risposta a “– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)”

  1. Ieri ascoltavo una trasmissione radio sulla salute e uno dei conduttori poneva l’accento su come serva ai medici e co. una capacità relazionale. Sto per scrivergli una mail perché credo che vadano allenate quelle capacità e ricomprese ed è compito di chi di relazioni si occupa (educatori e pedagogisti) formarli. Perché anche lì, come nel lavoro educativo dove dovrebbe (ma non è) essere più scontata la cura di chi cura, c’è un grande bisogno di pensiero attorno alle pratiche e di ricondurre il ruolo alla sua lecita posizione nell’organizzazione a cui appartiene

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