Prendersi cura di chi cura

Fatti di cronaca, episodi comuni, frequenti. Consegnati al refrain diffuso e continuo della comunicazione in rete che si nutre con voracità delle notizie che colpiscono le emozioni e scatenano le reazioni di chi naviga: episodi di maltrattamento in contesti educativi istituzionali, comportamenti violenti e abusivi esercitati da persone che rivestono ruoli educativi e di assistenza nei confronti di bambini, disabili, anziani affidati alle loro “cure”.

Reazioni altrettanto diffuse che rimbombano nel web, il loro habitat naturale: talvolta scomposte, in gran parte convergenti nella proposta lanciata in rete di installare telecamere nelle aule, nei centri, nelle residenze. Una richiesta urlata a gran voce di “controllo” esterno, sorveglianza, visibilità: questa sembra essere la soluzione a un problema. Una soluzione semplice: facilmente praticabile oggi, grazie alla tecnologia a disposizione.

Tra questi due poli si è aperto uno spazio ampio e profondo di riflessione, confronto e urgenza di ri-definizione di quel problema, dove si sono sentite chiamate le persone che di educazione si occupano professionalmente, persone che con diversi ruoli quei luoghi di cura rappresentati come pericolosi e bisognosi di sorveglianza e controllo, li abitano quotidianamente.

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La sollecitazione è arrivata da Monica Cristina Massola, coordinatrice e supervisore di équipe di CDD, mamma di due figlie che frequentano scuole di diverso grado, pedagogista, che ha lanciato in rete alcune domande:

“Cosa ci rende sicuri che stiamo lavorando in modo da prevenire maltrattamenti fisici emotivi, progettuali agli utenti? Cosa avremmo voglia di dire alle famiglie, che portano ogni giorno, con dinamiche a volte molto faticose la domanda su come siamo capaci di aver cura dei loro familiari (siano anziani, bimbi, adulti)? Avremo il coraggio di aprire il tema nelle è équipe, e sviscerarlo senza pregiudizi, senza le solite difese propedeutiche, pensando che sia poi un atto responsabile e necessario quello di restituire alle famiglie un pensiero maturo e attento attorno alla prevenzione e alla cura educativa che sappiamo erogare? Potremo portare, alle cooperative che ci danno lavoro, la domanda attorno ai nostri bisogni formativi?

Se mi pongo nel ruolo di utente di un servizio cosa vorrei mi fosse dato/restituito in termini di azioni o pensieri, per esempio dagli operatori della scuola che ogni mattina accolgono le mie due figlie? Chi lo ha già fatto e chi lo farà domani nei propri luoghi di lavoro?”

Ne è nato uno scambio molto ricco che (come fortunatamente sempre più spesso accade nel web), ha riempito di contenuti e di senso questo spazio ampio e profondo, generando riformulazioni complesse della questione pedagogica implicita e mostrando piste di lavoro co-costruibili e forse percorribili.

Chi svolge quotidianamente lavoro educativo non sembra potersi accontentare di rimanere sulla dimensione soggettiva del problema. Esistono persone che per cause e condizioni individuali assistono e educano altre persone esercitando su di loro abusivamente il potere consentito dal loro ruolo, considerando i loro utenti come oggetti e non come persone, quindi legittimandosi comportamenti violenti nei loro confronti: probabilmente si tratta di reazioni di difesa, o forse esplosioni di emozioni incontrollate. Comportamenti che devono essere messi sotto controllo, sorvegliati dall’esterno per essere prevenuti e sanzionati.

Non basta: occorre spostarsi da questa prospettiva e fare qualche passo verso aree più popolate in cui tutti gli educatori possano ritrovarsi: “siamo tutti potenziali maltrattatori”, una provocazione forte che consente di rimettere in evidenza come il lavoro educativo sia ad alto contenuto emotivo e quindi necessiti di una specifica e ineludibile “manutenzione”, cura della professionalità attraverso strumenti essenziali: il lavoro di équipe, la supervisione, la formazione che con diverse finalità e obiettivi devono occuparsi forse più che del controllo della potenziale pericolosità dei ruoli educativi (o degli operatori?), della capacità di chi lavora di gestire le emozioni nella relazione educativa e di cura, emozioni che sono tutte e profondamente strumento e oggetto del lavoro quotidiano.

Non può trattarsi solo di vigilare sulla soglia di controllo emotivo di cui ciascuno è capace, ma anche di offrire a chi educa e cura contesti di elaborazione, sviluppo e condivisione su cui poter contare per mettere in sicurezza le relazioni educative e le pratiche di cura, incardinandole saldamente a tecniche e competenze pedagogiche.

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Ma anche questa prospettiva non basta: occorre provare a ripensare ai luoghi educativi e di cura come parti di mondo, non come mondi a parte che con il mondo esterno devono interagire, a cui devono riferire, render conto e dal quale ricevono mandati da eseguire.

Si tratta di luoghi in cui le persone vivono (operatori, utenti, familiari, società), costitutivi della vita di ciascuno e di molti. È una posizione da cui guardare il problema molto interessante, che richiama pensieri sulla progettualità che sorregge la quotidianità di questi contesti e sugli investimenti (economici, strumentali, materiali oltre che professionali) che sostengono il benessere delle persone che abitano quelle parti di mondo.

Si apre un altro spazio di lavoro che riguarda la progettazione dei dispositivi pedagogici e le politiche educative, sanitarie, di cura, ma anche i contesti socio-culturali in cui sono, che hanno un enorme potere di prevenire o determinare pratiche e esercizi di ruolo che intrinsecamente violano le persone che hanno bisogni educativi e di cura, e talvolta sono palesemente violente.

Compaiono nelle descrizioni esempi di scuole, convitti, centri per disabili, residenze per anziani… “spazi ristretti, obbligati, promiscui, affollati, normati da regole funzionali al sistema organizzativo, frequentati giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno”.

Si rende visibile una diffusa forma di violenza (o disinteresse, o deprivazione) esercitata sui servizi quando la progettualità e le risorse che li costituiscono non sono pensate, agite e attribuite con la dovuta cura e ci si domanda quanto queste dimensioni alimentino la frustrazione e la perdita di controllo emotivo delle persone che vivono quella vita (perché è il loro lavoro, il loro destino, il loro percorso, non fa differenza).

Coloro che hanno contribuito alle conversazioni on-line di cui abbiamo evidenziato solo alcuni dei numerosi nuclei, si sono congedati sottolineando con forza il loro apprezzamento per la qualità e la ricchezza dei contenuti e delle riflessioni che hanno condiviso, scambiato e co-prodotto.

Ci domandiamo (e domandiamo) quanto questa esperienza sia stata utile per ciascuno per elaborare il contenuto emotivo e per fare un po’ di quella “manutenzione” della propria professionalità che abbiamo nominato.

È una delle scommesse di Metas: creare e potenziare occasioni in cui chi cura (professionalmente e quotidianamente) possa prendersi cura del proprio curare, attraverso setting di co-visione, che immaginiamo frequentati da persone che abitino luoghi lavorativi diversi dove vestano abiti diversi, che insieme si occupino della messa a punto dei loro strumenti operativi comuni: le emozioni, per esempio.

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Questo articolo, di Cristina Crippa, è frutto della rilettura delle conversazioni sollecitate da Monica Cristina Massola nel gruppo Facebook Il Caffè Pedagogico e rilanciate da Anna Gatti sul suo profilo Facebook. 
Ai link indicate trovate le discussioni da cui l’articolo ha preso spunto e tutti coloro che vi hanno partecipato.

Matrix – covisioni sulla cura

Metas organizza il primo ciclo di covisioni sul tema della CURA che abbiamo intitolato MATRIX – COVISIONI SULLA CURA.

Abbiamo citato Matrix per due ragioni: la prima è la Matrice Comune (Matrix appunto) che accomuna tutti i soggetti a cui questa covisione si rivolge: la capacità di cura che ci riconosce simili professionalmente; la seconda perchè evoca cinematograficamente un percorso di viaggio e attraversamento che implica saper complessificare e approfondire. Non esiste infatti una soluzione facile per destreggiarsi in questi territori professionali così delicati, ma servono percorsi di condivisione e rielaborazione che possano permettere una continua e progressiva centratura della propria posizione in contesto.

Cosa sono le covisioni? In che termini ci occuperemo di cura? A chi si rivolge?

Tutte le risposte le trovate >> leggendo qui << insieme alle informazioni delle date e dei costi.

Per iscrivervi potete compilare il format che trovate >> qui << oppure inviare una mail ad associazione.metas@gmail.com

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