Il ‘lavoro ben fatto’ è per Metas un ‘lavoro pensato bene’

Dopo aver ascoltato tante storie, ormai immersi in quella dimensione narrativa in cui a ogni storia raccontata è stato restituito un corpo e di ogni esperienza rivissuta l’emozione, è arrivato il momento di ‘con-cludere’.

Quindi, per Metas, un esercizio abituale: ancora una volta ricomporre, mettere insieme frammenti per costruire nuove figure, in questo caso, concludendo la lunga notte del lavoro narrato, provare a raccontare una storia fatta di frammenti di presente, di futuro e di passato.

Che dire del presente? È bastato allargare lo sguardo e guardare ciò che stavamo facendo, quella giornata, la rete i nuovi intrecci che stavamo ancora in quello stesso istante costruendo. Bastava questo: guardarsi attorno per un attimo in silenzio per dirsi cos’è per Metas un ‘lavoro ben fatto’.

Che dire del passato e del futuro, che in questo presente si stanno abbracciando in modo tanto caloroso?

Possiamo provare a dirci che il ‘lavoro ben fatto’ è per Metas soprattutto un ‘lavoro pensato bene’, portato in uno spazio di riflessione in cui possa essere trasformato in ‘esperienza’, quindi in un oggetto da cui la persona possa distillare i propri apprendimenti, le preziose risorse che andranno a costruire e ri-costruire il suo patrimonio di risorse, ogni volta che un nuovo desiderio, un nuovo progetto, un nuovo sviluppo possibile chiederà di essere seguito, orienterà le sue azioni e i suoi investimenti.

Forse è questo è uno dei pensieri ‘chiave’ che ci accomuna, che ci riporta sul comune terreno pedagogico che ci nutre e da sempre alimenta le nostre pratiche professionali, diffuse in aree talvolta davvero distanti e di provenienza per certi versi esotica.

Una buona domanda ci interroga da sempre e continua a stimolarci: pensare e lavorare in questo modo, interessa ed è utile alle organizzazioni, ai professionisti, a chi lavora?

Lo è stato, per esempio quando…

Si è trattato di fare formazione al personale addetto all’accoglienza di una grande azienda della… e ci siamo ritrovate a fare una valutazione partecipata del loro ruolo e a pensarne insieme le evoluzioni possibili e sostenibili.

E anche quando…

Abbiamo accompagnato persone con carriere formative e professionali molto diverse tra loro (scienziati, giardinieri, giornalisti, musicisti…) a fare un bilancio delle loro competenze e ad affrontare un cambiamento necessario o desiderato, a valorizzare i loro talenti, a reinventare il loro presente, nella prospettiva di un futuro migliore… molti (abbiamo poi scoperto) lo chiamano coaching… noi no… (ma questa è un’altra storia, arriverà certo il tempo di raccontarla).

Dunque il nostro lavoro ben fatto è pensato bene affinché sia orientato a restituire alle persone la dimensione dell’artigianalità del loro lavoro, qualsiasi esso sia: ogni ruolo lavorativo offre una possibilità d’interpretazione… in entrambi i sensi del termine.

Ci piace l’idea di poter accompagnare le persone che incontriamo, con garbo e determinazione, a prendere le distanze dal loro lavoro per osservare, valutare, proporre miglioramenti nella direzione della sostenibilità e del maggior benessere di chi lavora. E abbiamo l’intuizione che questa direzione possa portare le organizzazioni ad abbassare i costi, possa portare vantaggio economico ovunque il cliente ricerchi soprattutto la qualità della relazione che veicola il servizio prodotto acquistato… un po’ come ovunque si faccia ‘bene’ educazione professionale, giusto?

Pomeriggio di #lavoronarrato – 28 aprile: ecco cosa si è portata a casa Metas

Il mondo educativo è fatto di esperienze. E’ attraverso le esperienze di vita, infatti, che si può imparare. La cosa difficile per chi fa dell’educazione la propria professione è però raccontare queste esperienze. Viene infatti spontaneo spiegare, scovare significati da sottolineare e che permettono di trovare gli insegnamenti possibili. Non è un male. A volte però diventa un limite, laddove si fa passare in primo piano l’elaborazione dell’esperienza, invece della sua narrazione.

Raccontare permette di trasmettere quell’esperienza per come è stata, accompagnare chi ascolta in un’esperienza non vissuta in prima persona che però permette di ampliare gli orizzonti della conoscenza possibile di ognuno. Può anche far venire voglia di viverla quell’esperienza o di viverne di simili. Non ci importano le forme canoniche del narrare. L’importante è che si ricominci a raccontare.

Ed ecco che il pomeriggio del lavoro narrato ha visto 7 racconti, tutte con stili narrativi differenti. C’è chi ha portato un copione di uno scambio comunicativo, chi ha raccontato di progetti fatti in servizi educativi e socio sanitari, chi ha raccontato della costruzione di una piattaforma di incontro tra educatori professionali e chi del proprio lavoro in ambito educativo da libera professionista. Potete trovare una sintesi di ogni intervento qui.

pomeriggio 28 aprile

Quello che noi di Metas ora vogliamo raccontarvi è ciò che ci siamo portate a casa di questo incontro pomeridiano, noi che in ambito educativo siamo nate e in cui proseguiamo a lavorare facendo formazione e dando supporto a organizzazioni e operatori.

Il primo elemento importante è la voglia di raccontare il proprio lavoro da parte di chi è intervenuto. Si vede che c’è un bisogno diffuso, sociale, professionale, di far conoscere le esperienze lavorative in cui siamo impegnati. Un bisogno che va oltre la rivendicazione di ruolo professionale e di ricerca delle tanto agognate risorse economiche che diminuiscono spaventosamente. Un bisogno che parla della voglia di diffondere la cultura del lavoro socio-educativo.

Altro elemento che si è notato è l’evoluzione dei bisogni sociali a cui gli operatori sono chiamati a rispondere: oggi è importante farsi carico della collettività, del territorio, non dei bisogni individuali delle singole persone che si incontrano. E questo si dice già da un po’ di anni e come categoria professionale abbiamo fatto ormai un po’ di esperienza in questo senso e ora siamo pronti anche a raccontarla. Non è stato un passaggio scontato questo. Arriviamo da anni di scuole professionali post diploma e università in cui ci hanno insegnato che è la persona da prendere in carico. Bene. Ormai questo non basta più. Sono i contesti sociali che hanno bisogno di cura e interessandoci alla collettività possiamo anche arrivare ai singoli. Possiamo lasciare segni che arrivano anche a chi non incontriamo direttamente, perché fa parte di un contesto di paese o quartiere che riprendere a vivere e trova chanche di generatività; che impara a ri-guardare al proprio vicino di casa che ha bisogno , sapendo dove indirizzare le sue richieste, permettendogli di incontrare una rete di cittadinanza capace di accogliere, o che sta recuperando man mano il valore dell’accoglienza.

E allora come si fa a rendere un quartiere o un paese più attento verso chi lo abita? come si fa ad aiutare la scuola perché possa ritornare ad essere un luogo di scelta del futuro per tutti e un buon luogo in cui crescere come persone e non solo nelle conoscenze curricolari? come si fa a far sentire una famiglia meno sola e più capace di affrontare le fatiche che i propri figli stanno vivendo? come si fa a mostrare ciò che persone con disabilità, o che vivono in altre condizioni di disagio, possono offrire alla collettività e non solo richiedere?

E per far questo, il mondo dei servizi socio-educativi e dei suoi professionisti sta lavorando per innovarsi, per rintracciare nuove strade da percorrere, usare nuovi linguaggi che vadano oltre le tecniche di relazione e prendano in considerazione un’azione diretta sugli spazi che si attraversano, rendendoli luoghi vissuti e in cui potersi incontrare, generare architetture fisiche e digitali che permettano all’umano di ritrovarsi e ai professionisti dell’educazione di riposizionarsi in un’evoluzione delle proprie competenze di ruolo con coraggio e determinazione.

Genitori si diventa

una serata rivolta ai Genitori di bambini da 0 a 3 anni presso l’Asilo Nido “L’isola che c’è” di Busnago.

Partecipazione gratuita inviando una mail a: isolachece2011@gmail.com

I racconti de La notte (e il pomeriggio) del Lavoro Narrato – Milano 2017

 

notte lavoro narrato milano

Lo sosteniamo e lo sappiamo che il #lavorobenfatto c’è ed esiste: per questo il 28 aprile 2017 abbiamo organizzato la 2° edizione de La notte del Lavoro Narrato di #Milano.
Siamo partiti dal pensare alle realtà che ci sarebbe piaciuto incontrare, far incontrare tra loro e far incontrare ad altri. 30 persone che si sono raccontate, incontrate, ascoltate, interrogate: una giornata intensa.
Le 13 storie che  hanno riempito lo spazio che Zero5 Laboratorio di Utopie Metropolitane ha messo a disposizione per l’iniziativa le abbiamo scelte con cura: il pomeriggio 7 storie di lavoro in ambito educativo, la sera 6 storie di realtà meticce tra profit e no profit che hanno al centro del lavoro l’uomo.

Paola Lanzetti ha rotto il ghiaccio del pomeriggio raccontandoci come lo spazio che ci ha ospitato è stato confiscato alla Mafia e trasformato in un luogo sociale, un progetto per i ragazzi e le famiglie del quartiere, un quartiere che ha bisogno di spazi di prossimità.

Il ragionamento sulla necessità di una maggiore prossimità è stato approfondito da Vincenzo Russo e Marco Muzzi che ci hanno presentato Social Proximity (andatelo a vedere!) un progetto online che ha nel suo core la possibilità di dar valore alle voci e alle esperienze educative perché ciò diventi un possibile selettore di competenze per gli educatori, mettendoli in rete tra loro.

Di reti fisiche e non digitali ha parlato Massimiliano Pensa portandonci tra le piazze e i sottopassaggi milanesi di Comunità Progetto e mostrandoci com’è possibile lavorare sugli spazi per introdurre nuove possibilità nel tessuto relazionale urbano. Hashtag Sette – da attraversare.

Manuela Fedeli coordinatrice del CDD Tiraemolla e Riccardo Cescocoordinatore del CDD il fiore Cernusco Sul Naviglio entrambi della cooperativa Libera Compagnia Di Arti & Mestieri Sociali hanno portato due esperienze di lavoro con la disabilità dove gli insuccessi sono dati dalla difficoltà di intravedere nuove chiavi di lettura e i successi da ciò che gli utenti dei servizi possono imparare immettendo sul territorio servizi di aiuto, dalla spesa consegnata a casa a persone che ne fanno richiesta all’ufficio oggetti smarriti al centro sportivo.

da Firenze Vania Rigoni ci ha raccontato in breve come lavora lei, libera professionista in campo educativo, nell’incontro con situazioni di fragilità sia individuali che dell’intero sistema familiare.

Roberto Salvato ha presentato il suo nuovo progetto Alfabullo che individua possibilità interessanti nell’incrociare un bisogno dei ragazzi e delle famiglie di contrasto al bullismo con la possibilità di intervento e sostegno che le realtà territoriali possono immettere.

Anna Gatti per noi ha concluso il ciclo degli interventi pomeridiani portando il contributo di Associazione Metas sulla necessità di mostrare la qualità del lavoro sociale con la possibilità di mostrarlo sul web oppure in occasioni come questa. Perché per noi, il lavoro, il #lavorobenfatto vale.

notte lavoro narrato milano metasLa sera, dopo un aperitivo Monica Cristina Massola introduce, come fatto nel pomeriggio, il valore dela narrazione, del raccontare storie di lavoro con al centro l’uomo, a scavalco tra profit e no profit.

Roberto Salvato e la sua storia: Fuoco e bulloni.
Un consulente aziendale con competenze educative che aiuta le aziende a mostrare la loro storia per posizionarsi meglio sul mercato, facendosela raccontare.

Davide Locastro e la sua Rescogita: da professionista della cooperazione sociale a project manager. Il loro sito_ RESCOGITA nasce dall’idea di due professionisti, che integrano l’esperienza pluriennale di direzione di impresa sociale con l’attività di formazione e consulenza ai gruppi e alle organizzazioni. Con lo staff Rescogita collaborano inoltre, su tematiche specifiche (economiche, legali, marketing & comunicazione, fund raising, sicurezza…), esperti e operatori di diversa estrazione.

Alessandro Donadio e la sua storia: Fred ne era certo.

La persona non é un fattore produttivo. La persona non é un fattore.

Christian Uccellatore di Sguardiper: perché come nella cultura hip hop, l’importante é trovare il passepartout. Da professionista della cooperazione sociale a Responsabile di un progetto di contrasto alle povertà con Fondazione Ernesto Pellegrini: il progetto é Il Ristorante Ruben: http://www.fondazionepellegrinionlus.it/ristorante-ruben/ di
http://www.fondazionepellegrinionlus.it/ 
La ciliegina sulla torta: Rescogita progetto presentato da Davide Locastro ha seguito lo sviluppo del progetto.

Vania Rigoni de La Bottega della Pedagogista, ci racconta la sua storia professionale: da educatrice nelle cooperative sociali fiorentine a libera professionista dell’Educazione.
Percorsi educativi che aiutano a ritrovare l’armonia tra le diverse dimensioni esistenziali.

Anna Gatti di Metas sottolinea che é proprio vero: più ascoltiamo queste storie e più ci convinciamo che la distanza tra profit e no profit é acqua passata.
Il valore delle risorse umane, che per il sociale é sempre stato al centro, diventa essenziale anche in ambito aziendale.
Il profit però è più capace di valorizzarsi, in ogni piccolo gesto e azione. Il sociale che è capace di dar valore ai contesti di cui si occupa, fa ancora tanta fatica a mostrare le proprie potenzialità di impresa.

Cristina Crippa racconta di Metas e della costruzione che si sta facendo di lavoro organizzato ben fatto, a partire dal backgroung di sapere pedagogico:
Il lavoro deve essere trasformato in esperienza di vita.
Il lavoro deve essere curato, pensato.
La cura del benessere relazionale è centrale non per motivazioni morali, ma per dare senso alla propria presenza in quel luogo lavorativo e ha un valore economico molto alto.

ph1  Vania Rigoni

ph2 e ph3 Manuela Fedeli

 lavoro narrato notte milano metas