Pomeriggio di #lavoronarrato – 28 aprile: ecco cosa si è portata a casa Metas

Il mondo educativo è fatto di esperienze. E’ attraverso le esperienze di vita, infatti, che si può imparare. La cosa difficile per chi fa dell’educazione la propria professione è però raccontare queste esperienze. Viene infatti spontaneo spiegare, scovare significati da sottolineare e che permettono di trovare gli insegnamenti possibili. Non è un male. A volte però diventa un limite, laddove si fa passare in primo piano l’elaborazione dell’esperienza, invece della sua narrazione.

Raccontare permette di trasmettere quell’esperienza per come è stata, accompagnare chi ascolta in un’esperienza non vissuta in prima persona che però permette di ampliare gli orizzonti della conoscenza possibile di ognuno. Può anche far venire voglia di viverla quell’esperienza o di viverne di simili. Non ci importano le forme canoniche del narrare. L’importante è che si ricominci a raccontare.

Ed ecco che il pomeriggio del lavoro narrato ha visto 7 racconti, tutte con stili narrativi differenti. C’è chi ha portato un copione di uno scambio comunicativo, chi ha raccontato di progetti fatti in servizi educativi e socio sanitari, chi ha raccontato della costruzione di una piattaforma di incontro tra educatori professionali e chi del proprio lavoro in ambito educativo da libera professionista. Potete trovare una sintesi di ogni intervento qui.

pomeriggio 28 aprile

Quello che noi di Metas ora vogliamo raccontarvi è ciò che ci siamo portate a casa di questo incontro pomeridiano, noi che in ambito educativo siamo nate e in cui proseguiamo a lavorare facendo formazione e dando supporto a organizzazioni e operatori.

Il primo elemento importante è la voglia di raccontare il proprio lavoro da parte di chi è intervenuto. Si vede che c’è un bisogno diffuso, sociale, professionale, di far conoscere le esperienze lavorative in cui siamo impegnati. Un bisogno che va oltre la rivendicazione di ruolo professionale e di ricerca delle tanto agognate risorse economiche che diminuiscono spaventosamente. Un bisogno che parla della voglia di diffondere la cultura del lavoro socio-educativo.

Altro elemento che si è notato è l’evoluzione dei bisogni sociali a cui gli operatori sono chiamati a rispondere: oggi è importante farsi carico della collettività, del territorio, non dei bisogni individuali delle singole persone che si incontrano. E questo si dice già da un po’ di anni e come categoria professionale abbiamo fatto ormai un po’ di esperienza in questo senso e ora siamo pronti anche a raccontarla. Non è stato un passaggio scontato questo. Arriviamo da anni di scuole professionali post diploma e università in cui ci hanno insegnato che è la persona da prendere in carico. Bene. Ormai questo non basta più. Sono i contesti sociali che hanno bisogno di cura e interessandoci alla collettività possiamo anche arrivare ai singoli. Possiamo lasciare segni che arrivano anche a chi non incontriamo direttamente, perché fa parte di un contesto di paese o quartiere che riprendere a vivere e trova chanche di generatività; che impara a ri-guardare al proprio vicino di casa che ha bisogno , sapendo dove indirizzare le sue richieste, permettendogli di incontrare una rete di cittadinanza capace di accogliere, o che sta recuperando man mano il valore dell’accoglienza.

E allora come si fa a rendere un quartiere o un paese più attento verso chi lo abita? come si fa ad aiutare la scuola perché possa ritornare ad essere un luogo di scelta del futuro per tutti e un buon luogo in cui crescere come persone e non solo nelle conoscenze curricolari? come si fa a far sentire una famiglia meno sola e più capace di affrontare le fatiche che i propri figli stanno vivendo? come si fa a mostrare ciò che persone con disabilità, o che vivono in altre condizioni di disagio, possono offrire alla collettività e non solo richiedere?

E per far questo, il mondo dei servizi socio-educativi e dei suoi professionisti sta lavorando per innovarsi, per rintracciare nuove strade da percorrere, usare nuovi linguaggi che vadano oltre le tecniche di relazione e prendano in considerazione un’azione diretta sugli spazi che si attraversano, rendendoli luoghi vissuti e in cui potersi incontrare, generare architetture fisiche e digitali che permettano all’umano di ritrovarsi e ai professionisti dell’educazione di riposizionarsi in un’evoluzione delle proprie competenze di ruolo con coraggio e determinazione.

Genitori si diventa

una serata rivolta ai Genitori di bambini da 0 a 3 anni presso l’Asilo Nido “L’isola che c’è” di Busnago.

Partecipazione gratuita inviando una mail a: isolachece2011@gmail.com

I racconti de La notte (e il pomeriggio) del Lavoro Narrato – Milano 2017

 

notte lavoro narrato milano

Lo sosteniamo e lo sappiamo che il #lavorobenfatto c’è ed esiste: per questo il 28 aprile 2017 abbiamo organizzato la 2° edizione de La notte del Lavoro Narrato di #Milano.
Siamo partiti dal pensare alle realtà che ci sarebbe piaciuto incontrare, far incontrare tra loro e far incontrare ad altri. 30 persone che si sono raccontate, incontrate, ascoltate, interrogate: una giornata intensa.
Le 13 storie che  hanno riempito lo spazio che Zero5 Laboratorio di Utopie Metropolitane ha messo a disposizione per l’iniziativa le abbiamo scelte con cura: il pomeriggio 7 storie di lavoro in ambito educativo, la sera 6 storie di realtà meticce tra profit e no profit che hanno al centro del lavoro l’uomo.

Paola Lanzetti ha rotto il ghiaccio del pomeriggio raccontandoci come lo spazio che ci ha ospitato è stato confiscato alla Mafia e trasformato in un luogo sociale, un progetto per i ragazzi e le famiglie del quartiere, un quartiere che ha bisogno di spazi di prossimità.

Il ragionamento sulla necessità di una maggiore prossimità è stato approfondito da Vincenzo Russo e Marco Muzzi che ci hanno presentato Social Proximity (andatelo a vedere!) un progetto online che ha nel suo core la possibilità di dar valore alle voci e alle esperienze educative perché ciò diventi un possibile selettore di competenze per gli educatori, mettendoli in rete tra loro.

Di reti fisiche e non digitali ha parlato Massimiliano Pensa portandonci tra le piazze e i sottopassaggi milanesi di Comunità Progetto e mostrandoci com’è possibile lavorare sugli spazi per introdurre nuove possibilità nel tessuto relazionale urbano. Hashtag Sette – da attraversare.

Manuela Fedeli coordinatrice del CDD Tiraemolla e Riccardo Cescocoordinatore del CDD il fiore Cernusco Sul Naviglio entrambi della cooperativa Libera Compagnia Di Arti & Mestieri Sociali hanno portato due esperienze di lavoro con la disabilità dove gli insuccessi sono dati dalla difficoltà di intravedere nuove chiavi di lettura e i successi da ciò che gli utenti dei servizi possono imparare immettendo sul territorio servizi di aiuto, dalla spesa consegnata a casa a persone che ne fanno richiesta all’ufficio oggetti smarriti al centro sportivo.

da Firenze Vania Rigoni ci ha raccontato in breve come lavora lei, libera professionista in campo educativo, nell’incontro con situazioni di fragilità sia individuali che dell’intero sistema familiare.

Roberto Salvato ha presentato il suo nuovo progetto Alfabullo che individua possibilità interessanti nell’incrociare un bisogno dei ragazzi e delle famiglie di contrasto al bullismo con la possibilità di intervento e sostegno che le realtà territoriali possono immettere.

Anna Gatti per noi ha concluso il ciclo degli interventi pomeridiani portando il contributo di Associazione Metas sulla necessità di mostrare la qualità del lavoro sociale con la possibilità di mostrarlo sul web oppure in occasioni come questa. Perché per noi, il lavoro, il #lavorobenfatto vale.

notte lavoro narrato milano metasLa sera, dopo un aperitivo Monica Cristina Massola introduce, come fatto nel pomeriggio, il valore dela narrazione, del raccontare storie di lavoro con al centro l’uomo, a scavalco tra profit e no profit.

Roberto Salvato e la sua storia: Fuoco e bulloni.
Un consulente aziendale con competenze educative che aiuta le aziende a mostrare la loro storia per posizionarsi meglio sul mercato, facendosela raccontare.

Davide Locastro e la sua Rescogita: da professionista della cooperazione sociale a project manager. Il loro sito_ RESCOGITA nasce dall’idea di due professionisti, che integrano l’esperienza pluriennale di direzione di impresa sociale con l’attività di formazione e consulenza ai gruppi e alle organizzazioni. Con lo staff Rescogita collaborano inoltre, su tematiche specifiche (economiche, legali, marketing & comunicazione, fund raising, sicurezza…), esperti e operatori di diversa estrazione.

Alessandro Donadio e la sua storia: Fred ne era certo.

La persona non é un fattore produttivo. La persona non é un fattore.

Christian Uccellatore di Sguardiper: perché come nella cultura hip hop, l’importante é trovare il passepartout. Da professionista della cooperazione sociale a Responsabile di un progetto di contrasto alle povertà con Fondazione Ernesto Pellegrini: il progetto é Il Ristorante Ruben: http://www.fondazionepellegrinionlus.it/ristorante-ruben/ di
http://www.fondazionepellegrinionlus.it/ 
La ciliegina sulla torta: Rescogita progetto presentato da Davide Locastro ha seguito lo sviluppo del progetto.

Vania Rigoni de La Bottega della Pedagogista, ci racconta la sua storia professionale: da educatrice nelle cooperative sociali fiorentine a libera professionista dell’Educazione.
Percorsi educativi che aiutano a ritrovare l’armonia tra le diverse dimensioni esistenziali.

Anna Gatti di Metas sottolinea che é proprio vero: più ascoltiamo queste storie e più ci convinciamo che la distanza tra profit e no profit é acqua passata.
Il valore delle risorse umane, che per il sociale é sempre stato al centro, diventa essenziale anche in ambito aziendale.
Il profit però è più capace di valorizzarsi, in ogni piccolo gesto e azione. Il sociale che è capace di dar valore ai contesti di cui si occupa, fa ancora tanta fatica a mostrare le proprie potenzialità di impresa.

Cristina Crippa racconta di Metas e della costruzione che si sta facendo di lavoro organizzato ben fatto, a partire dal backgroung di sapere pedagogico:
Il lavoro deve essere trasformato in esperienza di vita.
Il lavoro deve essere curato, pensato.
La cura del benessere relazionale è centrale non per motivazioni morali, ma per dare senso alla propria presenza in quel luogo lavorativo e ha un valore economico molto alto.

ph1  Vania Rigoni

ph2 e ph3 Manuela Fedeli

 lavoro narrato notte milano metas

Vuoi ricevere gratuitamente l’ebook del pomeriggio e della notte del lavoro narrato di Milano (28 aprile 2017)? è in formato pdf!

Abbiamo solo bisogno di una tua mail a cui inviartelo 😉

ps: se hai una mail @gmail.com potresti riceverla nella sezione Promozioni;  puoi spostarla nella posta in arrivo per essere sicuro di ricevere gli aggiornamenti sul tema.

2° Notte del Lavoro Narrato di Milano

Che cos’è?

un’iniziativa formativa che ci sta particolarmente a cuore: per il secondo anno organizzeremo l’edizione milanese della NOTTE DEL LAVORO NARRATO, che il sociologo Vincenzo Moretti (Fondazione Giuseppe Di Vittorio – Nòva Il Sole 24ore) promuove da 4 anni come momento collettivo riflessione attorno al valore del lavoro.

notte lavoro narrato metas milano

In questa notte in tutta Italia una pluralità di soggetti (associazioni, singoli, gruppi informai) si raccolgono per dare voce a storie di un lavoro che si vuole sia ben fatto e narrato. Anche noi di Metas in sinergia con Trae, proponiamo un appuntamento milanese per questa iniziativa che raddoppia in un evento pomeridiano e uno serale.

Dove?
L’iniziativa, gratuita, si terrà

VENERDì 28 APRILE 

presso
(MM2 Abbiategrasso)

• ore 17:00 – 19:00  –  Le Storie di lavoro organizzato: la dimensione educativa.

Il pomeriggio incontreremo esperienze del lavoro sociale ed educativo rintracciando i bisogni esistenti, le direzioni possibili e le competenze necessarie al lavoro educativo oggi e nel futuro.

 

• ore 20.30 alle 22.30 Le Storie di lavoro organizzato: le organizzazioni con l’uomo al centro.

La sera metteremo a fuoco la centralità dell’uomo sia nel profit che no-profit tra esperienze e affondi teorici guardando alla possibilità di cambiare ed innovare (in meglio) i contesti organizzativi lavorativi.

 

• ore 19:00 – 20:30 nel mezzo invece … vi offriamo un aperitivo.

Nei due eventi le storie, che i vari narratori condivideranno, sfoceranno in una discussione aperta a tutti: operatori del sociale, studenti, responsabili di organizzazioni, liberi professionisti, formatori, orientatori, manager.

Il programma che stiamo costruendo prevede la partecipazione di numerosi soggetti e organizzazioni; ad oggi hanno confermato la loro presenza:

pomeriggio:

  •    Massimilano Pensa – cooperativa Comunità Progetto
  •    Vania Rigoni – La bottega della pedagogista
  •    Manuela Fedeli – cooperativa Arti e Mestieri Sociali
  •    Zero5-Laboratorio di utopie metropolitane
  •   Vincenzo Russo
  •   Monica Cristina Massola – Metas
  •   Roberto Salvato – Trae

sera:

  •     Christian Uccellatore – SguardiPer
  •     Davide Locastro – ResCogita
  •     Alessandro Donadio – #socialorg
  •     Vania Rigoni – La bottega della pedagogista
  •     Monica Cristina Massola – Metas
  •     Roberto Salvato – Trae
La partecipazione è gratuita.
Se cliccate sull’indirizzo della sede qui sopra vi si aprono le coordinate via google maps per arrivare alla sede di Cooperativa Zero5 che gentilmente mette a disposizione lo spazio.
Per maggiori informazioni potete contattare Anna Gatti – 334.7147744
Per meglio organizzarci vi chiediamo una mail di conferma della partecipazione all’indirizzo associazione.metas@gmail.com
A breve in arrivo la locandina dell’evento!
#lavoronarrato

Alla scoperta

Alla scoperta è il percorso formativo rivolto ai genitori dei bambini della scuola primaria del Comitato Genitori di Carugate (Mi).

I percorsi formativi di Metas permettono di tornare nelle proprie case arricchiti, da nuove possibilità e risposte da sperimentare per cercare il proprio modo di essere genitori.

Perché diventare genitori è naturale ma imparare a farlo è un passo culturale da compiere insieme. Nel fare questo come Comitato Genitori di Carugate avete già una certa esperienza, pertanto proponiamo di procedere nel lavoro da voi già avviato, attraverso la narrazione dell’essere genitori, tra dubbi e fatiche, gioie e scoperte.

ALLA SCOPERTA  è un percorso di 4 incontri di 3 ore in cui si alternano momenti in plenaria a momenti in sottogruppi attorno a quattro tematiche chiave:

  • autonomia e fiducia
  • relazioni difficili e conflitto tra bambini
  • il gruppo dei pari dei genitori
  • confini e regole

Le quattro tematiche sono state scelte per guidare la riflessione, l’emersione di eventi critici, o spunti utili per aiutare i bambini in questa fase della loro vita.

Utilizzeremo la narrazione per collocare gli eventi in una dimensione storica e ciò permetterà a ciascun genitore di raccontarsi approfondendo ciò che c’è stato, e poi di immaginare ciò che ci sarà per trovare il linguaggio per dirlo, leggerlo, cantarlo,… al proprio figlio.

Il bambino, con l’ingresso nella scuola primaria, entra in contesti sociali che gli chiedono nuove tappe di crescita: il genitore dal suo canto deve comprendere come lasciare autonomia, ma anche restare in contatto con il proprio ruolo di guida.

I bambini crescendo diventano il centro di ciò che accade loro e spontaneamente confrontano continuamente ciò che vedono nel loro quotidiano dentro e fuori casa. In ciò nasce per genitori e figli il primo bisogno di capire e/o di imparare e insegnare quali regole universali valgono ovunque e quali invece sono specifiche per ciascun contesto sia nel rapporto con gli altri adulti che con i pari.

alla scoperta carugate

Volontariato è… Agaph

volontariato è metas

Dall’11 di marzo 2017 siamo a Barzanò (LC) per formare i volontari dell’Associazione Agaph che hanno fondato e danno man forte al Cdd e al Cse piccoli che gestiscono come associazione.

I servizi sono gestiti interamente da personale qualificato (educatori professionali, asa, oss, …) e i volontari intervengono a supporto o in integrazione delle attività svolte.

La realtà di Agaph, nata nel 1982, ha una forte e stabile base di volontari che intervengono in entrambi i servizi ed hanno espresso il bisogno di fare formazione attorno al proprio ruolo all’interno dell’associazione stessa che in rapporto ai servizi educativi.

Quali sono i principi fondamentali di fare volontariato qui?

Quali le scommesse?

In quale modo posso sostenere senza sostituirmi?

Come le fatiche che si incontrano dialogano con le risorse che si introducono in questi contesti?

Il percorso si snoda in tre appuntamenti che si tengono il sabato mattina e che sono aperti sia ai volontari storici che a nuovi volontari che si stanno interessando a questa realtà associativa.

Ti interessa avere maggiori informazioni? puoi guardare il nostro progetto e il video prodotto nella pagina >> volontariato è… 

 

A scuola di Web

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Il progetto A SCUOLA DI WEB ha come finalità l’implemento delle competenze digitali del corpo docente mirato alla riduzione del tasso di abbandono scolastico.

Obiettivi

Il percorso permette:

> di acquisire la consapevolezza da parte degli insegnanti dei rischi e delle possibilità del Web;

>  di strutturare e valutare la sperimentazione di moduli didattici pilota per favorire il coinvolgimento degli alunni;

> di comprendere come introdurre l’utilizzo della struttura sociale messa a disposizione del web nel proprio modo di fare didattica;

> di valutare l’efficacia delle competenze acquisite e dell’efficacia dei progetti sperimentati;

> di rendere fruibili i percorsi realizzati dai docenti.

Organizzazione

La proposta A SCUOLA DI WEB vede l’articolazione intrecciata di interventi di aula frontali, di attività laboratoriali e di supervisioni specifiche che coinvolgeranno un gruppo di massimo 20 insegnanti condotte da due pedagogiste.

Il progetto è realizzato da Associazione Metas e La bottega della Pedagogista di Vania Rigoni.

Per informazioni contattateci alla mail associazione.metas@gmail.com oppure telefonicamente al 334.7147744.

L’età incerta dell’educatore, tra ruolo e prospettive.

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di Monica Cristina Massola

In corsivo è riportato il testo di un post apparso sul Caffè Pedagogico – gruppo Facebook luogo di incontro e confronto tra professionisti dell’educazione.

“INPUT
A seguito di una piacevole discussione con colleghi educatori laureati in scienze dell’educazione triennali (due uomini e due donne di età fra i 42 e i 53 anni, una donna la più anziana è diplomata enaip educatrice professionale regionale) operanti in servizi gestiti da cooperative sociali è emerso questo QUESITO, sintetizzato ed esposto così da loro: “Noi educatori potremo svolgere per tutta la vita professionale questo mestiere?. Lo vorremmo con tutto il nostro cuore ma a una certa età cambiano le esigenze e calano le energie psicofisiche”.
IN QUALE SERVIZI, IN QUALI AMBITI E CON QUALE UTENZA POTREMO LAVORARE ANCHE FRA I 55 E I 60 ANNI?
A VOI I COMMENTI E I CONSIGLI”

Queste mie riflessioni, rielaborate, sono già apparse sul Caffè Pedagogico, e vengono ricondivise qui, perché l’associazione Metas è da sempre interessata alla crescita dei ruoli professionali e delle organizzazioni.

In generale si tenta di offrire pensieri rielaborati attorno alla domanda e ai commenti dai partecipanti alla discussione; che si incentra attorno alla possibilità di lavorare come educatore tutta la vita professionale. 

Nei commenti emergeva l’annoso problema annoso del lavoro sui turni, e dello stress ad esso correlato. O ipotesi risolutive per continuare a lavorare cambiando ruolo, diventando coordinatore/formatore/supervisiore o spostandosi a lavorare in un servizio  più leggero.

Provo a mettere in campo alcune considerazioni generali sull’educatore adulto che sente il bisogno di evolvere, senza voler metter in atto giudizi, o andare a toccare necessariamente la delicata questione titoli. Quest’ultima ad oggi, non ce lo possiamo nascondere, resta un tasto delicato, e lo resterà sino a che tutto verrà normato dalla legge Iori, pur nei limiti e nelle criticità che la stessa ha già aperto e aprirà ulteriormente. Pertanto questa discussione rischia di diventare il proverbiale voler fare “i conti senza l’oste”
[…]

1.
Alcune riflessioni sul lavoro educativo in tarda età, non possono prescindere dal considerare quelle criticità tipiche del lavoro, e il discorso più generale della prevenzione dello stress lavorativo, delle tutele che devono essere attivate nel considerare le professioni usuranti, o una organizzazione del lavoro faticosa (esempio il lavoro su turni)
Ma dobbiamo davvero immaginare che l’educatore adulto smette di lavorare nei servizi organizzati sui turni, proprio quando per età e maturità anagrafica, formativa, professionale raggiunge il suo possibile apice? Ha senso postulare che possano educare gli educatori giovani perché sono i più liberi, i meno stanchi, i più entusiasti, e con meno impegni familiari? Pensiamo all’esempio delle comunità minori, luogo che rappresenta simbolicamente oltre che praticamente una comunità adulta – alternativa alla famiglia – che educa utenti bambini o giovanissimi a incontrare il mondo? Ecco che spesso vediamo che a gestire la vita in  comunità siano chiamati gli educatori giovani, perché più liberi, meno stanchi, più entusiasti, con meno impegni familiari.
Educare in comunità richiederebbe invece sia la pluralità di esperienze umane che giungono dalla formazione degli educatori giovani che l’esperienza adulta fatta di maturità e stabilità, che andrebbero a costituire proprio una trasversalità anagrafica formativa.

E invece sembra che la stanchezza educativa di chi lavora “su turni” generi un progressivo spostamento verso servizi soft come i centri disabili, o destinati a quelle utenze rappresentate come più leggere, e soprattutto caratterizzate da orari meno impegnativi.*
Ma il problema turni, lo conoscono bene gli operatori della sanità, ma anche quelli di altri comparti del lavoro (medici e infermieri, operai, commessi, etc lavorano su turni tutta una vita) potrebbe persino essere relativo se i turni se venissero strutturati e presidiati per generare con un buon equilibrio organizzativo e professionale, per garantire equità tra il tempo lavorativo e tempo libero.
Sappiamo anche che questo spesso non è un dato realistico, la non vivibilità di certe tabella orarie è indipendente dalla professione educativa in se, mentre si sposa assai bene con altri problemi contingenti, quali i costi del lavoro, una iniquità nel pagamento dei costi dei servizi, una mancata riconoscibilità culturale ed economica del lavoro educativo.

Così in questa moltiplicazione di criticità esplode il primo nodo, che sembra definire la questione l’educatore adulto non può lavorare su turni, per una molteplicità di questioni, lavoro troppo faticosi, turnazione ingiusta, mancato riconoscimento economico di una anzianità professionale di servizio, e spesso anche formativa. E allora come se ne esce? Appunto cercando un lavoro nei servizi “leggeri” o andando a coordinare? Ma è davvero così?

2. Le carriere educative, dovremmo a tal proposito esplorare meglio cosa accade nelle aziende profit, rispetto alle possibilità di crescita professionale possono svilupparsi solo in verticale (coordinamento) o possono farlo anche su un livello orizzontale?
Conosco una collega che, come professionista con Partita Iva, offre interventi educativi domiciliari con persone disabili, avendo ormai elaborato una capacità di lavorare in rete che cura, crea, cerca e sviluppa, una educatrice domiciliare che sa offrire una competenza tecnica ma anche organizzativa, unica e straordinaria. Incontrarla mi ha dato la sensazione di aver a che fare con una professionista di alto livello tecnico, progettuale, teorico.

E allora non c’è anche questo tipo di possibile crescita orizzontale, da esplorare volendo assumersi il rischio di impresa, tipica del libero professionista?

Possiamo immaginare che esistano altre carriere orizzontali educative?

Mi ricordo che lavorando nella mia precedente cooperativa ci ponemmo il problema del coordinare e del crescere, non era possibile gestire una aspettativa di evoluzione dell’educatore che potesse solo evolvere in maniera verticale, verso il coordinamento.

3. Coordinare. Questa è un’altra questione nodale, che mi sollecita parecchie domande.
Saper educare significa necessariamente saper coordinare, e un titolo da pedagogista offre questa stessa competenza di default?

Se penso a quanta attenzione pongano le organizzazioni profit ai vari livelli organizzativi, alle formazioni che mettono nel costruire, oltre ai titoli universitari, i vari livelli di gestione organizzativa aziendale. Il ruolo di coordinamento nei servizi, oggi, non implica una crescita di pensiero anche nelle azioni formative e nelle scelte   che le cooperative, gli operatori e anche l’università pone nei ruoli di coordinamento? Un maggior confronto con le realtà profit, più rodate a formare “quadri”.
Coordinare non è un ruolo a scavalco tra le tradizionali funzioni pedagogiche/formative, e quelle politiche nel rapporto con gli enti, quelle di snodo logistico tra lavoratori e la cooperative, quelle organizzative che delinate dalla “qualità” (che determinano un certo modo di “governare” un servizio),  quelle che sono progettuali in un ottica di innovazione e costruzione di servizi sui territori.

Bastano la stanchezza, l’età, il tempo per farci pensare che si possa/debba/voglia passare ad un ruolo di snodo apicale, e assai delicato?
In azienda un ruolo simile di management sarebbe valutato con grande attenzione dalle Risorse Umane (e pagato di conseguenza), questo suggerisce qualcosa sui ruoli e sul loro significato e valore.

4. Fatico a riconoscere, come già esplorato nella nota a fondo pagina, il valore del passare ad un servizio più leggero (in particolare centri diurni disabili) perché ho ben nota la situazione di alcuni servizi che sono diventati il parcheggio di operatori stanchi, quando il lavoro con la disabilità richiede esattamente l’opposto, operatori motivati, resilienti, innovativi, pieni di energia, magari e non solo anche giovani ….

5. La formazione/supervisione è un altro capitolo interessante, che forse rappresenta davvero un possibile scarto di carriera ma che resta da esplorare, chiedendo
comunque richiede dispositivi formativi adatti a mettere “in forma” le conoscenze maturare in una vita. Si tratta di carriere contigue ma sfumate diversamente e che richiedono una teoria e una prassi, che non possonoarrivare solo dalla stanchezza dell’usura.

6. Che formazione è immaginabile per aiutare l’E.P. A mantenere, laddove lo desideri, il lavoro su turni, rendendo questo una carriera professionale di alto livello, formata, tutelata e qualificata? Idem per ogni altro servizio, colto nella sua specifica e nelle criticità che espone …


NOTA

*    Volendo si potrebbe anche aprire un filone di riflessione sui servizi ritenuti “leggeri”, in virtù di un orario lavorativo che si vuole più facilitante per chi ha famiglia, ma che rischiano i diventare servizi “terminali”, quelli che gli operatori non vogliono lasciare sino al pensionamento. Quelli che, se non costantemente monitorati e accompagnati da una significativa dose di formazione, diventano i servizi storici e statici, e rischiano di fornire pratiche educative cronicamente sempre simili.

Educatori Digitali in Bottega

Chi si occupa di educazione, professionalmente o naturalmente, ogni giorno affronta problemi, fa delle scelte e da forma alle relazioni che costruisce.

Chi si occupa di educazione, ogni giorno, costruisce un pezzo di mondo con le proprie azioni e le proprie parole.

Chi si occupa di educazione e lo fa consapevolmente tende a costruire buone pratiche (best practices).

Tutto ciò, spesso, rimane ancorato al qui ed ora dell’attimo in cui accade.

Sembra infatti che per gli educatori (sia per chi lo fa di professione che per chi lo fa naturalmente – i genitori per esempio) la scrittura sia estremamente difficile come se il fermarsi su ciò che si pratica richieda sempre uno spazio e un tempo altro, un lusso che spesso non ci si può concedere.

Il web con il suo linguaggio e i suoi strumenti può dare un’ottima chance alla narrazione dell’educazione che pratichiamo tutti i giorni nei servizi e dentro le case, dietro la cattedra o per le strade delle città.

Educatori Digitali è un percorso per avvicinarsi al web e comprendere come poter dar valore al proprio lavoro o alle proprie scelte educative personali,  un percorso tra teoria e pratica per utilizzare le risorse della Rete per comunicare un progetto, promuovere la propria professione e fare cultura pedagogica online.

il 19 e 20 novembre 2016, saremo a Firenze per 12 ore di formazione.

vuoi saperne di più?

telefonaci in orari d’ufficio al numero 334.71.47.744  e parla con Anna Gatti – Associazione Metas

oppure scrivici

per informazioni sui contenuti del corso alla mail associazione.metas@gmail.com

per informazioni logistiche ed organizzative alla mail vaniarigoni@labottegadellapedagogista.com

costi:

30 euro di iscrizione + 220 euro di costo del corso + 10 euro tessera Metas

per chi si iscrive entro il 20 ottobre 2016, riduzione del 10% sul costo del corso (22 euro).

Iscrizione effettuata con il versamento sul c/c intestato ad Associazione Metas

Il ruolo: una struttura organizzativa #2

La settimana scorsa abbiamo introdotto il tema del rapporto tra ruolo e struttura organizzativa con questo post ; in questa seconda parte guardiamo in modo approfondito che cosa intendiamo per organizzazioni e in che termini possono imparare ad evolvere. 

Per farlo dobbiamo partire dalle basi: le organizzazioni sono strutture sociali abitate da persone, le quali hanno di per se stesse dei ruoli, necessariamente. Noi non siamo mai individui a sé stanti. Siamo figli, genitori, fratelli, nipoti, cugini. Siamo amici, fidanzati, coniugi, conviventi. Siamo colleghi, reciprocamente correlati da gerarchie organizzative. Esistono medici o psicologi e pazienti, avvocati o pedagogisti e clienti, commercianti e clienti, educatori o assistenti sociali e utenti, docenti e allievi. 

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Ciò che le organizzazioni possono imparare per evolversi, è dato da ciò che le persone che le abitano, a partire dai ruoli che rivestono in esse, possono cogliere, interrogare, dubitare, accertare, scegliere, non solo circa il rapporto che li pone in interazione in quel contesto, ma anche rispetto al contesto stesso: 

  • ci piace la nostra organizzazione?
  • cosa vorremmo tenere e cosa modificare?
  • cosa sentiamo più affine a noi e cosa invece più distante?
  • a cosa possiamo imprimere un processo trasformativo e cosa invece è bene che rimanga invariato ad oggi?
  • cosa dobbiamo imparare noi per stare meglio in questo contesto e per permettere ad esso di migliorare?
  • verso dove decidiamo che è bene andare e come muoversi?
  • cosa, secondo noi, è da modificare in quel tal processo produttivo?
  • come sarebbe meglio rapportarsi con i clienti e i committenti?
  • cosa sarebbe importante richiedere ai fornitori?
  • come modificare o migliorare i processi comunicativi interni e verso l’esterno?
  • e ancora, ma è solo uno tra i tanti esempi possibili, è possibile che la mia azienda mi aiuti  nell’essere sostenut* nelle mie responsabilità genitoriali, per poter essere ancora più produttiv* sul lavoro e seren* a casa?

Ovviamente tutte queste domande hanno senso, e vanno oltre un quadro utopico e idealista, nel momento in cui le persone di un’organizzazione che vuole farsi accompagnare nell’interrogarsi in tal senso, ragionano e selezionano i propri desiderata e i propri bisogni a partire al ruolo che in quel contesto rivestono, ‘cosa cioè è bene trasformare per permetterci di stare meglio qui e, quindi, di lavorare meglio’. Ed è compito del consulente aiutarli a tenere il contesto di ruolo.

Il ruolo professionale non può essere staccato completamente dall’esistenza della persona che lo riveste. E non solo perché si dice che se una persona non sta bene in generale nella sua vita, poi renderà meno sul lavoro. 

Ciò che siamo sul lavoro non può essere staccato da ciò che siamo nella vita fuori di lì, perché:

  • l’umano ha bisogno di trovare un senso in ciò che fa, possibilmente in una coerenza che pacifica tra ‘ciò che voglio essere e ciò che faccio’
  • il senso di ciò che si fa viene valutato a partire dai parametri valoriali con cui siamo stati educati (a cosa diamo valore?)
  • se non possiamo essere persone diverse tra il tempo che passiamo al lavoro e quello che passiamo fuori (a meno che si faccia un lavoro alienante), non possiamo nemmeno dimenticarci di ciò che sappiamo fare e che ci piace fare quando siamo in famiglia e nel nostro tempo libero. E qui si apre tutto il capitolo sulle competenze trasversali, che in Italia vengono ancora considerate poco nei processi di selezione del personale, ma noi non demordiamo nel credere che sia importante educare le organizzazioni a coglierne il valore, accanto alla considerazione delle competenze tecniche e delle conoscenze necessarie per ricoprire un determinato ruolo.

Stay tuned.