Educatori Digitali in Bottega

Chi si occupa di educazione, professionalmente o naturalmente, ogni giorno affronta problemi, fa delle scelte e da forma alle relazioni che costruisce.

Chi si occupa di educazione, ogni giorno, costruisce un pezzo di mondo con le proprie azioni e le proprie parole.

Chi si occupa di educazione e lo fa consapevolmente tende a costruire buone pratiche (best practices).

Tutto ciò, spesso, rimane ancorato al qui ed ora dell’attimo in cui accade.

Sembra infatti che per gli educatori (sia per chi lo fa di professione che per chi lo fa naturalmente – i genitori per esempio) la scrittura sia estremamente difficile come se il fermarsi su ciò che si pratica richieda sempre uno spazio e un tempo altro, un lusso che spesso non ci si può concedere.

Il web con il suo linguaggio e i suoi strumenti può dare un’ottima chance alla narrazione dell’educazione che pratichiamo tutti i giorni nei servizi e dentro le case, dietro la cattedra o per le strade delle città.

Educatori Digitali è un percorso per avvicinarsi al web e comprendere come poter dar valore al proprio lavoro o alle proprie scelte educative personali,  un percorso tra teoria e pratica per utilizzare le risorse della Rete per comunicare un progetto, promuovere la propria professione e fare cultura pedagogica online.

il 19 e 20 novembre 2016, saremo a Firenze per 12 ore di formazione.

vuoi saperne di più?

telefonaci in orari d’ufficio al numero 334.71.47.744  e parla con Anna Gatti – Associazione Metas

oppure scrivici

per informazioni sui contenuti del corso alla mail associazione.metas@gmail.com

per informazioni logistiche ed organizzative alla mail vaniarigoni@labottegadellapedagogista.com

costi:

30 euro di iscrizione + 220 euro di costo del corso + 10 euro tessera Metas

per chi si iscrive entro il 20 ottobre 2016, riduzione del 10% sul costo del corso (22 euro).

Iscrizione effettuata con il versamento sul c/c intestato ad Associazione Metas

Il ruolo: una struttura organizzativa #2

La settimana scorsa abbiamo introdotto il tema del rapporto tra ruolo e struttura organizzativa con questo post ; in questa seconda parte guardiamo in modo approfondito che cosa intendiamo per organizzazioni e in che termini possono imparare ad evolvere. 

Per farlo dobbiamo partire dalle basi: le organizzazioni sono strutture sociali abitate da persone, le quali hanno di per se stesse dei ruoli, necessariamente. Noi non siamo mai individui a sé stanti. Siamo figli, genitori, fratelli, nipoti, cugini. Siamo amici, fidanzati, coniugi, conviventi. Siamo colleghi, reciprocamente correlati da gerarchie organizzative. Esistono medici o psicologi e pazienti, avvocati o pedagogisti e clienti, commercianti e clienti, educatori o assistenti sociali e utenti, docenti e allievi. 

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Ciò che le organizzazioni possono imparare per evolversi, è dato da ciò che le persone che le abitano, a partire dai ruoli che rivestono in esse, possono cogliere, interrogare, dubitare, accertare, scegliere, non solo circa il rapporto che li pone in interazione in quel contesto, ma anche rispetto al contesto stesso: 

  • ci piace la nostra organizzazione?
  • cosa vorremmo tenere e cosa modificare?
  • cosa sentiamo più affine a noi e cosa invece più distante?
  • a cosa possiamo imprimere un processo trasformativo e cosa invece è bene che rimanga invariato ad oggi?
  • cosa dobbiamo imparare noi per stare meglio in questo contesto e per permettere ad esso di migliorare?
  • verso dove decidiamo che è bene andare e come muoversi?
  • cosa, secondo noi, è da modificare in quel tal processo produttivo?
  • come sarebbe meglio rapportarsi con i clienti e i committenti?
  • cosa sarebbe importante richiedere ai fornitori?
  • come modificare o migliorare i processi comunicativi interni e verso l’esterno?
  • e ancora, ma è solo uno tra i tanti esempi possibili, è possibile che la mia azienda mi aiuti  nell’essere sostenut* nelle mie responsabilità genitoriali, per poter essere ancora più produttiv* sul lavoro e seren* a casa?

Ovviamente tutte queste domande hanno senso, e vanno oltre un quadro utopico e idealista, nel momento in cui le persone di un’organizzazione che vuole farsi accompagnare nell’interrogarsi in tal senso, ragionano e selezionano i propri desiderata e i propri bisogni a partire al ruolo che in quel contesto rivestono, ‘cosa cioè è bene trasformare per permetterci di stare meglio qui e, quindi, di lavorare meglio’. Ed è compito del consulente aiutarli a tenere il contesto di ruolo.

Il ruolo professionale non può essere staccato completamente dall’esistenza della persona che lo riveste. E non solo perché si dice che se una persona non sta bene in generale nella sua vita, poi renderà meno sul lavoro. 

Ciò che siamo sul lavoro non può essere staccato da ciò che siamo nella vita fuori di lì, perché:

  • l’umano ha bisogno di trovare un senso in ciò che fa, possibilmente in una coerenza che pacifica tra ‘ciò che voglio essere e ciò che faccio’
  • il senso di ciò che si fa viene valutato a partire dai parametri valoriali con cui siamo stati educati (a cosa diamo valore?)
  • se non possiamo essere persone diverse tra il tempo che passiamo al lavoro e quello che passiamo fuori (a meno che si faccia un lavoro alienante), non possiamo nemmeno dimenticarci di ciò che sappiamo fare e che ci piace fare quando siamo in famiglia e nel nostro tempo libero. E qui si apre tutto il capitolo sulle competenze trasversali, che in Italia vengono ancora considerate poco nei processi di selezione del personale, ma noi non demordiamo nel credere che sia importante educare le organizzazioni a coglierne il valore, accanto alla considerazione delle competenze tecniche e delle conoscenze necessarie per ricoprire un determinato ruolo.

Stay tuned.

Il ruolo: una struttura organizzativa #1

Quando Metas ragiona sul ruolo sociale, guarda alle strutture: non intese come elemento statico e predefinente, ma come fondativo e di sfondo, orientativo. E il ruolo è una struttura costituente i sistemi sociali.


A Metas non interessa solo descrivere i sistemi sociali (famiglia, organizzazioni professionali, servizi e dispositivi educativi,…), perchè ciò che compete a chi come noi fa consulenza pedagogica è focalizzare e insegnare (in-segnare) le evoluzioni possibili in un contesto relazionale, simbolico e materiale dato.IMG_6041


Insegnare qualcosa che non serve in quel momento e in quel luogo ma potrebbe servire altrove e dopo, ha più a che fare con l’istruzione, la didattica. Noi invece abbiamo lo sguardo sull’educativo e, per educare, è necessario stare nel contesto, in quello che ti serve là da dove provieni e dove tornerai (o proprio lì dove sei se è una formazione o una consulenza sul campo).

Tant’è che addirittura quando i genitori cercano di insegnare qualcosa che servirà ma non è lì utile al momento, fanno più ‘morale’ (passateci il termine ed epuratelo dalle declinazioni moralistiche) che non educazione. Tipo: ‘nella vita è importante che…’, ‘quando sarai grande dovrai capire che…’ ecc… Invece dire: ‘sistema la tua camera ora perché…’, ‘a tavola si sta così…’, ‘adesso andiamo dal tuo amico e…’, fino ad arrivare a contenuti più alti ma presenti lì in quel momento e contesto e in quella interazione precisa, si insegna non solo una modalità di azione, ma uno sguardo su ciò che si sta vivendo che diventa poi uno sguardo sul come vivere, non domani ma già ora.
Nella scuola oggi, così affaticata, la pedagogia è schiacciata perché non c’è quasi più nessuno che aiuta a spostare lo sguardo dall’istruzionale all’educativo. Educativo a scuola è: ti trasmetto questo contenuto non tanto perché ti serva in generale nella tua vita, ma perché è l’occasione per insegnarti ora a confrontarti criticamente con il sapere canonico, in un contesto gruppale (che in nuce riproduce la collettività sociale), quindi ti sto insegnando a confrontarti con gli altri a partire da un tema culturale.

Educare, al pedagogico, vuol dire non solo ex ducere = tirar fuori, ma anche condurre. E per poterti condurre devo prenderti per mano ‘qui, dove siamo insieme io e te’, per ‘andare insieme verso’ e poi lasciarti andare.

Prendere come esempio ciò che succede in una famiglia o a scuola, per noi viene naturale come respirare.

Lo stesso ragionamento può però essere anche applicato a qualsiasi sistema organizzativo lavorativo, che si tratti di una cooperativa sociale, come di un’azienda profit.

Questo articolo nasce infatti dopo uno scambio su Telegram con  Alessandro Donadio, titolare di #socialorg, una nuova conoscenza di Metas. Lui si occupa di accompagnare la transizione social e digital dei processi HR (qui trovate una bella intervista in cui si racconta), e con lui ci stiamo confrontando per aprirci strade possibili di consulenza nelle aziende.

Sarà un bel percorso, di cui ad oggi non conosciamo le tempistiche. Ma la voglia di compierlo è molta e Alessandro sostiene sia percorribile e per nulla utopica e che tra Metas e Socialorg ci sia terreno per uno scambio reciproco e proficuo.

Il cammino che si sta aprendo è un cammino di ricerca, condiviso.

Differenze diffidenze o similitudini? (breve riflessione sull’incontro tra profit e non profit)

 

 

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Nel corso delle notte del #lavoronarrato abbiamo tentato un primo incontro fisico, tra mondi del lavoro – tradizionalmente chiamati – profit e no profit, cercando un linguaggio comune, in una prospettiva di incontro che sapesse spezzare le reciproche precomprensioni e le divergenze.

Ma nel fare questo dobbiamo svelare l’arcano che ha consentito di trovare (forse) un nesso comune, il minimo comune denominatore: la formazione.

Gli invitati alla cena del 30 Aprile 2016, presso il Ristoro delle Rane a Milano, hanno portato, per bisogno, per curriculum studi e per pratica professionale, uno sguardo sulla formazione, quale snodo essenziale, da esercitare quando si pratica o si pensa al lavoro.

E la notte del #lavoronarrato ha avuto, nell’evento progettuale ideato da Vincenzo Moretti, un analogo assunto di base: il lavoro si deve narrare, per capirlo, vederlo, insegnarlo, tradurlo, trasmetterlo ed innovarlo.

Così nella serata, andando di parola in parola, di portata in portata, innaffiate da un ottimo vino biologico  ciò che si è tratteggiato ha assunto le fattezze della parola: partecipazione.

Ovvero di un quid che permetterebbe lo scarto di incontro tra mondo del lavoro profit e no profit, nato a causa di una nuova visone molto meno definita e fluida del lavoro, rispetto al passato. Visione che è figlia una una mutazione storica che impone tempi globalizzati, altre strutture organizzative, nuovi bisogni incarnati e prodotti, e che genera diversi esiti, modi di lavorare, comunicazioni (narrazioni) diverse e necessarie per risignificare il senso del lavoro, i suoi simboli, le azioni, i pensieri e le progettualità.

Il lavoro quindi potrebbe essere ripensato alla luce del valore della partecipazione, e chi attraversa i nuovi spazi/mondi web ben conosce questo effetto, nella sua portata più matura e innovativa, divenuta capace di generare responsabilità e innovatività; ossia ciò che è più nuovo oggi ci riconduce al tema del partecipare ad una società diversa, fluida e iperconnessa, anche rispetto al tema del lavoro.

Ma la partecipazione non è forse la stessa potenza che certe imprese del terzo settore usano con grande sapienza, quando sanno aggiungere valore al lavoro, nelle azioni concrete sui territori, nella costruzione di reti sociali territoriali, nella cultura della cooperazione sociale laddove i soci davvero co-costruiscono il significato del creare lavoro, valore, rete, welfare, in un modo che è autoriflesso e sempre eteroriflesso.

E non accade ugualmente nelle imprese profit più innovative  che postulano un simile approccio all’organizzazione del lavoro?

Invece di parlare di profit e non profit potremmo parlare di organizzazioni che generano lavoro in modo partecipe e partecipato, pensato, in mondo autoriflesso ed etero riflesso, innovativo e capace di produrre nuove reticolarità, che riconnettono il lavoro al suo senso originario di azione necessaria al vivere.

N.d.R.
Il post offre ancora uno sguardo embrionale sul pensiero condiviso dai commensali che richiede ancora tempo, spazio, e speriamo ottime cene, per crescere e diventare altro. A disposizione della crescita di questo pensiero abbiamo aperto un gruppo di discussione che a breve sarà operativo.
Per Metas, nello specifico, l’altro pensabile è rappresentato dalle culture che l’associazione riflette, ricerca , comunica e narra, ma anche dalle opzioni e connessioni formative che propone.

 p.s. Grazie a Roberto Salvato di Trae che ha partecipato alla costruzione e conduzione delle serata.

Prendersi cura di chi cura

Fatti di cronaca, episodi comuni, frequenti. Consegnati al refrain diffuso e continuo della comunicazione in rete che si nutre con voracità delle notizie che colpiscono le emozioni e scatenano le reazioni di chi naviga: episodi di maltrattamento in contesti educativi istituzionali, comportamenti violenti e abusivi esercitati da persone che rivestono ruoli educativi e di assistenza nei confronti di bambini, disabili, anziani affidati alle loro “cure”.

Reazioni altrettanto diffuse che rimbombano nel web, il loro habitat naturale: talvolta scomposte, in gran parte convergenti nella proposta lanciata in rete di installare telecamere nelle aule, nei centri, nelle residenze. Una richiesta urlata a gran voce di “controllo” esterno, sorveglianza, visibilità: questa sembra essere la soluzione a un problema. Una soluzione semplice: facilmente praticabile oggi, grazie alla tecnologia a disposizione.

Tra questi due poli si è aperto uno spazio ampio e profondo di riflessione, confronto e urgenza di ri-definizione di quel problema, dove si sono sentite chiamate le persone che di educazione si occupano professionalmente, persone che con diversi ruoli quei luoghi di cura rappresentati come pericolosi e bisognosi di sorveglianza e controllo, li abitano quotidianamente.

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La sollecitazione è arrivata da Monica Cristina Massola, coordinatrice e supervisore di équipe di CDD, mamma di due figlie che frequentano scuole di diverso grado, pedagogista, che ha lanciato in rete alcune domande:

“Cosa ci rende sicuri che stiamo lavorando in modo da prevenire maltrattamenti fisici emotivi, progettuali agli utenti? Cosa avremmo voglia di dire alle famiglie, che portano ogni giorno, con dinamiche a volte molto faticose la domanda su come siamo capaci di aver cura dei loro familiari (siano anziani, bimbi, adulti)? Avremo il coraggio di aprire il tema nelle è équipe, e sviscerarlo senza pregiudizi, senza le solite difese propedeutiche, pensando che sia poi un atto responsabile e necessario quello di restituire alle famiglie un pensiero maturo e attento attorno alla prevenzione e alla cura educativa che sappiamo erogare? Potremo portare, alle cooperative che ci danno lavoro, la domanda attorno ai nostri bisogni formativi?

Se mi pongo nel ruolo di utente di un servizio cosa vorrei mi fosse dato/restituito in termini di azioni o pensieri, per esempio dagli operatori della scuola che ogni mattina accolgono le mie due figlie? Chi lo ha già fatto e chi lo farà domani nei propri luoghi di lavoro?”

Ne è nato uno scambio molto ricco che (come fortunatamente sempre più spesso accade nel web), ha riempito di contenuti e di senso questo spazio ampio e profondo, generando riformulazioni complesse della questione pedagogica implicita e mostrando piste di lavoro co-costruibili e forse percorribili.

Chi svolge quotidianamente lavoro educativo non sembra potersi accontentare di rimanere sulla dimensione soggettiva del problema. Esistono persone che per cause e condizioni individuali assistono e educano altre persone esercitando su di loro abusivamente il potere consentito dal loro ruolo, considerando i loro utenti come oggetti e non come persone, quindi legittimandosi comportamenti violenti nei loro confronti: probabilmente si tratta di reazioni di difesa, o forse esplosioni di emozioni incontrollate. Comportamenti che devono essere messi sotto controllo, sorvegliati dall’esterno per essere prevenuti e sanzionati.

Non basta: occorre spostarsi da questa prospettiva e fare qualche passo verso aree più popolate in cui tutti gli educatori possano ritrovarsi: “siamo tutti potenziali maltrattatori”, una provocazione forte che consente di rimettere in evidenza come il lavoro educativo sia ad alto contenuto emotivo e quindi necessiti di una specifica e ineludibile “manutenzione”, cura della professionalità attraverso strumenti essenziali: il lavoro di équipe, la supervisione, la formazione che con diverse finalità e obiettivi devono occuparsi forse più che del controllo della potenziale pericolosità dei ruoli educativi (o degli operatori?), della capacità di chi lavora di gestire le emozioni nella relazione educativa e di cura, emozioni che sono tutte e profondamente strumento e oggetto del lavoro quotidiano.

Non può trattarsi solo di vigilare sulla soglia di controllo emotivo di cui ciascuno è capace, ma anche di offrire a chi educa e cura contesti di elaborazione, sviluppo e condivisione su cui poter contare per mettere in sicurezza le relazioni educative e le pratiche di cura, incardinandole saldamente a tecniche e competenze pedagogiche.

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Ma anche questa prospettiva non basta: occorre provare a ripensare ai luoghi educativi e di cura come parti di mondo, non come mondi a parte che con il mondo esterno devono interagire, a cui devono riferire, render conto e dal quale ricevono mandati da eseguire.

Si tratta di luoghi in cui le persone vivono (operatori, utenti, familiari, società), costitutivi della vita di ciascuno e di molti. È una posizione da cui guardare il problema molto interessante, che richiama pensieri sulla progettualità che sorregge la quotidianità di questi contesti e sugli investimenti (economici, strumentali, materiali oltre che professionali) che sostengono il benessere delle persone che abitano quelle parti di mondo.

Si apre un altro spazio di lavoro che riguarda la progettazione dei dispositivi pedagogici e le politiche educative, sanitarie, di cura, ma anche i contesti socio-culturali in cui sono, che hanno un enorme potere di prevenire o determinare pratiche e esercizi di ruolo che intrinsecamente violano le persone che hanno bisogni educativi e di cura, e talvolta sono palesemente violente.

Compaiono nelle descrizioni esempi di scuole, convitti, centri per disabili, residenze per anziani… “spazi ristretti, obbligati, promiscui, affollati, normati da regole funzionali al sistema organizzativo, frequentati giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno”.

Si rende visibile una diffusa forma di violenza (o disinteresse, o deprivazione) esercitata sui servizi quando la progettualità e le risorse che li costituiscono non sono pensate, agite e attribuite con la dovuta cura e ci si domanda quanto queste dimensioni alimentino la frustrazione e la perdita di controllo emotivo delle persone che vivono quella vita (perché è il loro lavoro, il loro destino, il loro percorso, non fa differenza).

Coloro che hanno contribuito alle conversazioni on-line di cui abbiamo evidenziato solo alcuni dei numerosi nuclei, si sono congedati sottolineando con forza il loro apprezzamento per la qualità e la ricchezza dei contenuti e delle riflessioni che hanno condiviso, scambiato e co-prodotto.

Ci domandiamo (e domandiamo) quanto questa esperienza sia stata utile per ciascuno per elaborare il contenuto emotivo e per fare un po’ di quella “manutenzione” della propria professionalità che abbiamo nominato.

È una delle scommesse di Metas: creare e potenziare occasioni in cui chi cura (professionalmente e quotidianamente) possa prendersi cura del proprio curare, attraverso setting di co-visione, che immaginiamo frequentati da persone che abitino luoghi lavorativi diversi dove vestano abiti diversi, che insieme si occupino della messa a punto dei loro strumenti operativi comuni: le emozioni, per esempio.

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Questo articolo, di Cristina Crippa, è frutto della rilettura delle conversazioni sollecitate da Monica Cristina Massola nel gruppo Facebook Il Caffè Pedagogico e rilanciate da Anna Gatti sul suo profilo Facebook. 
Ai link indicate trovate le discussioni da cui l’articolo ha preso spunto e tutti coloro che vi hanno partecipato.

Matrix – covisioni sulla cura

Metas organizza il primo ciclo di covisioni sul tema della CURA che abbiamo intitolato MATRIX – COVISIONI SULLA CURA.

Abbiamo citato Matrix per due ragioni: la prima è la Matrice Comune (Matrix appunto) che accomuna tutti i soggetti a cui questa covisione si rivolge: la capacità di cura che ci riconosce simili professionalmente; la seconda perchè evoca cinematograficamente un percorso di viaggio e attraversamento che implica saper complessificare e approfondire. Non esiste infatti una soluzione facile per destreggiarsi in questi territori professionali così delicati, ma servono percorsi di condivisione e rielaborazione che possano permettere una continua e progressiva centratura della propria posizione in contesto.

Cosa sono le covisioni? In che termini ci occuperemo di cura? A chi si rivolge?

Tutte le risposte le trovate >> leggendo qui << insieme alle informazioni delle date e dei costi.

Per iscrivervi potete compilare il format che trovate >> qui << oppure inviare una mail ad associazione.metas@gmail.com

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Giovani Volontari e Giovani Disabili

Nei mesi scorsi abbiamo fatto un percorso formativo con un gruppo di giovani volontari dell’Associazione L’Abbraccio ingaggiate da CSV Monza e Brianza.

Ci siamo ritrovate un bel gruppo di ragazzi con tanta voglia, nonostante i numerosi impegni settimanali, tra lavoro, studio e volontariato, di soffermarsi un poco per pensare all’attività che prestano con l’Associazione.

I giovani volontari sono stati guidati nell’incontro tra immaginario e reale, in una esplorazione di gruppo alla ricerca delle precognizioni attorno al tema della disabilità, individuando due punti specifici di osservazione: la persona con disabilità e la funzione facilitante del contesto di tempo libero.

Impegnarsi come volontario parte dal presupposto che ci sia un interesse da parte di chi lo sceglie. Decidere di fare volontariato consapevoli delle proprie competenze e dei limiti eventualmente da superare, permette di occuparsene ricevendo maggiore soddisfazione. Il lavoro proposto ha permesso quindi di dichiarare su quali saperi (teorici e pratici) può contare l’intero gruppo e ha dato possibilità di scegliere di sviluppare al meglio le competenze di ciascuno.

Accompagnati da alcune domande, sia poste da noi che sollecitate dai loro interventi, abbiamo ragionato attorno al come ci si relaziona con le persone con disabilità, che spazio ha la disabilità nel mondo e nella relazione che si instaura tra volontario e destinatario, e quanto sia necessario far entrare la vita reale in quelle relazioni e, soprattutto, nelle singole interazioni tra volontari e disabili. Le persone disabili, non provengono da un altro pianeta. E la disabilità, guardata dal punto di vista pedagogico, non è una caratteristica individuale, ma è la risultante del rapporto esistente tra individuo e società. Non si sostiene che le persone disabili non siano persone in difficoltà tout court, ma dal punto di vista culturale vogliamo scardinare la credenza che allinea la disabilità alla malattia, con tutto ciò che ne deriva: guardare i sintomi e non la complessità esistenziale della persona; porre attenzione all’individuo e non al contesto socio-relazionale in cui ci si rapporta; originare comportamenti standardizzati e artificializzati, desoggettivando la persona disabile, arrivando a considerarla incapace di intendere e volere e desiderare una propria posizione nel mondo.

Tutto ciò nella pratica si traduce spesso nell’assenza di domande, vale a dire che i volontari spesso pongono solo domande retoriche ai ragazzi che accompagnano, o non ne pongono affatto: stai bene? cosa ti turba? cosa non capisci? cosa non sto capendo di te? cosa stiamo dicendo?  che cosa hai voglia di mangiare/bere/fare?

Sono queste esempi di domande considerate di primo acchito impossibili da porsi e da porre. Indagare queste resistenze interazionali, ha permesso di riporre al centro della relazione la dignità di ogni persona in gioco e considerare il fatto che spesso le persone disabili sono abituate ad avere intorno persone che pensano e parlano per loro, perdendo il desiderio di esserci in quel contesto, di capire che è possibile per loro esprimersi ed essere degni di ascolto e attenzione, non solo di cure e assistenza.

Questa operazione ci ha permesso inoltre di rifocalizzare il significato originario che L’Abbraccio vuole dare con il suo operato: l’inclusione sociale delle persone disabili di Meda. E nessuna inclusione effettiva è possibile se si continua, anche inconsapevolmente, a trattare le persone disabili come altro da noi, come personaggi solo bisognosi e mai propositivi e soprattutto soggetti sociali, meritevoli di curiosità, capaci di stimolare e dare, non solo di ricevere passivamente.

Aprendo questo confronto sono emersi i bisogni formativi dei giovani volontari, identificati nei  seguenti temi:

  • gestione delle stereotipie comportamentali
  • autonomia e dipendenza
  • gestione della rabbia
  • gestione dell’affettività e della sessualità
  • la comunicazione non verbale

A tutte queste tematiche è stato fatto un accenno formativo, ma ci si è concentrati sulle prime tre, concordando che per le ultime due occorresse uno spazio dedicato ed eventualmente da progettare in futuri percorsi formativi ad hoc.

Tutti i partecipanti hanno dichiarato di aver bisogno di spazi formativi, come questo, capaci di sostenere nel ruolo e nelle competenze di ruolo in contesto, offrendo un’occasione di confronto gruppale. Con la tutor del percorso si è perciò detto possibile pensare a future occasioni, differenziando tra percorsi formativi su tematiche, e includenti anche i ragazzi disabili accanto ai volontari, e percorsi di supervisione sulle difficoltà che il volontario risconta nella pratica dell’interazione con i ragazzi che accompagna.

Durante il percorso si è inoltre affrontato il tema della motivazione che li ha spinti a dedicare parte del tempo libero nel fine settimana: ciò ha permesso di ragionare attorno alla convinzione della propria scelta e di pensare a come costruire occasioni anche per altri giovani per incontrare e conoscere questa possibilità di partecipazione alla vita sociale di Meda.

E’ stato ipotizzato un percorso di raccolta di punti di vista differenti e di costruzione con un gruppo di ragazzi disabili di un video che racconti l’esperienza de L’Abbraccio per poterla mostrare in occasione di eventi pubblici e iniziative dell’associazione.

I giovani volontari, a seguito di questo percorso formativo e su nostra indicazione, hanno anche sistemato i canali social dell’Associazione, aprendo una pagina di Facebook dedicata alla narrazione delle attività de L’Abbraccio.

Non ci resta, per ora, che augurare un buon pezzetto di ulteriore strada a L’Abbraccio: buon lavoro ragazzi!!

di Manuela Fedeli

Bulli piccoli e grandi

Questo post nasce come rielaborazione di un pensiero nato grazie ad una discussione nata sul gruppo facebook Il caffè pedagogico.

Una necessaria premessa: ritengo il web un fenomeno interessante e culturalmente ineliminabile (il nostro mondo e modello di economia, informazione, politica, dati, ricerca etc viaggiano su strade digitali), pertanto esso rappresenta un attraversamento storico e sociale che ogni adulto che si occupi di educazione o che abbia uno sguardo responsabile non può evitare. Ciò va fatto analizzandolo, informandosi/formandosi a coglierne limiti e possibilità.

Aggiungo che personalmente  il “mondo web” mi piace e intressa molto.) Così lo sguardo che portiamo, noi che ci occupiamo di educazione e pedagogia non può solo poggiarsi sul singolo fenomeno del cyberbullismo, traduzione moderna e velocizzata del bullismo, o sulle capacità genitoriali o sulle endemiche difficoltà scolastiche nel fornire istruzione ed educazione in un mondo diverso e in mutamento, ma va diretto anche al mondo adulto che manifesta, attraverso il cosiddetto hate speech, una potenzialità comunicativa e/o narrativa contenente una reazione al mondo, ai pensieri altrui, violenta a parole e nei contenuti.

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E’ abbastanza probabile che l’apparente anonimato del web sciolga, anche negli stessi adulti, la percezione di un tessuto sociale capace di contenere i comportamenti meno civili, questo è un errore cognitivo, poiché il web trattiene e fa trasparire tutto. Allora forse al cyberbullismo, che legittimamente preoccupa che si occupa di educazione dei giovani, si risponda anche formando gli adulti; quindi formando tutti noi (in quanti non siamo incappati in un fame o lite digitale, in quanti riconosciamo un troll in un gruppo – persona ostinatamente intenzionata buttare benzina sul fuoco – isolandolo prima che un luogo pacifico di discussione diventi un vespaio radicalizzato di insulti, in quanti sappiamo da subito gestire una discussione evitando che diventi un contenzioso tra pro e contro?).

Chi lo sa fare, lo ha imparato a sue spese, scoprendo la necessità di modulare e mediare, pensando e esercitando un nuovo modo di agire: si riflette prima di inviare un commento, si deve equilibrare il tono “emotivo” in una conversazione scritta (cosa assai difficile perché la comunicazione non verbale, nella vita materiale, ci aiuta tantissimo a chiarire la comunicazione verbale e i toni emotivi, grazie alla presenza del corpo). Ci si è attrezzati ad imparare, a proprie spese, nel cambiare il mondo di scrivere, si usano le emoticon nel tentativo di riscrivere la sottotraccia emotiva. Si impara e ci si corregge, si smette di reagire o ci si stacca dalle discussioni o dai commenti violenti.

Avete presente certi commenti adulti, sotto articoli, post, etc, che risultano soffocanti nel loro essere troppi, offensivi, cattivi, inutili, rabbiosi e inutilmente faticosi?.

Allora si, diventa evidente che esiste un grande lavoro da fare attorno alle prassi ai pensieri e alle teorie (anche educative) attorno al mondo che cambia e va compreso, sperimentato, tradotto, insegnato; usando le nostre conoscenze del mondo materiale e culturale per arrivare a comprendere i confini del mondo digitale e culturale in cui ci muoviamo e che andremo a costruire.

Quindi oltre alla scuola, oltre ai bulli (cyber meno), oltre alla famiglia, abbiamo da predisporci a generare una buona cura educativa del mondo che si sta facendo, costruendo cultura, narrazioni, divulgazioni, scienza e didattiche…

Non è cosa da poco.

Monica Cristina Massola

– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook