2° Notte del Lavoro Narrato di Milano

Che cos’è?

un’iniziativa formativa che ci sta particolarmente a cuore: per il secondo anno organizzeremo l’edizione milanese della NOTTE DEL LAVORO NARRATO, che il sociologo Vincenzo Moretti (Fondazione Giuseppe Di Vittorio – Nòva Il Sole 24ore) promuove da 4 anni come momento collettivo riflessione attorno al valore del lavoro.

notte lavoro narrato metas milano

In questa notte in tutta Italia una pluralità di soggetti (associazioni, singoli, gruppi informai) si raccolgono per dare voce a storie di un lavoro che si vuole sia ben fatto e narrato. Anche noi di Metas in sinergia con Trae, proponiamo un appuntamento milanese per questa iniziativa che raddoppia in un evento pomeridiano e uno serale.

Dove?
L’iniziativa, gratuita, si terrà

VENERDì 28 APRILE 

presso
(MM2 Abbiategrasso)

• ore 17:00 – 19:00  –  Le Storie di lavoro organizzato: la dimensione educativa.

Il pomeriggio incontreremo esperienze del lavoro sociale ed educativo rintracciando i bisogni esistenti, le direzioni possibili e le competenze necessarie al lavoro educativo oggi e nel futuro.

 

• ore 20.30 alle 22.30 Le Storie di lavoro organizzato: le organizzazioni con l’uomo al centro.

La sera metteremo a fuoco la centralità dell’uomo sia nel profit che no-profit tra esperienze e affondi teorici guardando alla possibilità di cambiare ed innovare (in meglio) i contesti organizzativi lavorativi.

 

• ore 19:00 – 20:30 nel mezzo invece … vi offriamo un aperitivo.

Nei due eventi le storie, che i vari narratori condivideranno, sfoceranno in una discussione aperta a tutti: operatori del sociale, studenti, responsabili di organizzazioni, liberi professionisti, formatori, orientatori, manager.

Il programma che stiamo costruendo prevede la partecipazione di numerosi soggetti e organizzazioni; ad oggi hanno confermato la loro presenza:

pomeriggio:

  •    Massimilano Pensa – cooperativa Comunità Progetto
  •    Vania Rigoni – La bottega della pedagogista
  •    Manuela Fedeli – cooperativa Arti e Mestieri Sociali
  •    Zero5-Laboratorio di utopie metropolitane
  •   Vincenzo Russo
  •   Monica Cristina Massola – Metas
  •   Roberto Salvato – Trae

sera:

  •     Christian Uccellatore – SguardiPer
  •     Davide Locastro – ResCogita
  •     Alessandro Donadio – #socialorg
  •     Vania Rigoni – La bottega della pedagogista
  •     Monica Cristina Massola – Metas
  •     Roberto Salvato – Trae
La partecipazione è gratuita.
Se cliccate sull’indirizzo della sede qui sopra vi si aprono le coordinate via google maps per arrivare alla sede di Cooperativa Zero5 che gentilmente mette a disposizione lo spazio.
Per maggiori informazioni potete contattare Anna Gatti – 334.7147744
Per meglio organizzarci vi chiediamo una mail di conferma della partecipazione all’indirizzo associazione.metas@gmail.com
A breve in arrivo la locandina dell’evento!
#lavoronarrato

Alla scoperta

Alla scoperta è il percorso formativo rivolto ai genitori dei bambini della scuola primaria del Comitato Genitori di Carugate (Mi).

I percorsi formativi di Metas permettono di tornare nelle proprie case arricchiti, da nuove possibilità e risposte da sperimentare per cercare il proprio modo di essere genitori.

Perché diventare genitori è naturale ma imparare a farlo è un passo culturale da compiere insieme. Nel fare questo come Comitato Genitori di Carugate avete già una certa esperienza, pertanto proponiamo di procedere nel lavoro da voi già avviato, attraverso la narrazione dell’essere genitori, tra dubbi e fatiche, gioie e scoperte.

ALLA SCOPERTA  è un percorso di 4 incontri di 3 ore in cui si alternano momenti in plenaria a momenti in sottogruppi attorno a quattro tematiche chiave:

  • autonomia e fiducia
  • relazioni difficili e conflitto tra bambini
  • il gruppo dei pari dei genitori
  • confini e regole

Le quattro tematiche sono state scelte per guidare la riflessione, l’emersione di eventi critici, o spunti utili per aiutare i bambini in questa fase della loro vita.

Utilizzeremo la narrazione per collocare gli eventi in una dimensione storica e ciò permetterà a ciascun genitore di raccontarsi approfondendo ciò che c’è stato, e poi di immaginare ciò che ci sarà per trovare il linguaggio per dirlo, leggerlo, cantarlo,… al proprio figlio.

Il bambino, con l’ingresso nella scuola primaria, entra in contesti sociali che gli chiedono nuove tappe di crescita: il genitore dal suo canto deve comprendere come lasciare autonomia, ma anche restare in contatto con il proprio ruolo di guida.

I bambini crescendo diventano il centro di ciò che accade loro e spontaneamente confrontano continuamente ciò che vedono nel loro quotidiano dentro e fuori casa. In ciò nasce per genitori e figli il primo bisogno di capire e/o di imparare e insegnare quali regole universali valgono ovunque e quali invece sono specifiche per ciascun contesto sia nel rapporto con gli altri adulti che con i pari.

alla scoperta carugate

Volontariato è… Agaph

volontariato è metas

Dall’11 di marzo 2017 siamo a Barzanò (LC) per formare i volontari dell’Associazione Agaph che hanno fondato e danno man forte al Cdd e al Cse piccoli che gestiscono come associazione.

I servizi sono gestiti interamente da personale qualificato (educatori professionali, asa, oss, …) e i volontari intervengono a supporto o in integrazione delle attività svolte.

La realtà di Agaph, nata nel 1982, ha una forte e stabile base di volontari che intervengono in entrambi i servizi ed hanno espresso il bisogno di fare formazione attorno al proprio ruolo all’interno dell’associazione stessa che in rapporto ai servizi educativi.

Quali sono i principi fondamentali di fare volontariato qui?

Quali le scommesse?

In quale modo posso sostenere senza sostituirmi?

Come le fatiche che si incontrano dialogano con le risorse che si introducono in questi contesti?

Il percorso si snoda in tre appuntamenti che si tengono il sabato mattina e che sono aperti sia ai volontari storici che a nuovi volontari che si stanno interessando a questa realtà associativa.

Ti interessa avere maggiori informazioni? puoi guardare il nostro progetto e il video prodotto nella pagina >> volontariato è… 

 

A scuola di Web

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Il progetto A SCUOLA DI WEB ha come finalità l’implemento delle competenze digitali del corpo docente mirato alla riduzione del tasso di abbandono scolastico.

Obiettivi

Il percorso permette:

> di acquisire la consapevolezza da parte degli insegnanti dei rischi e delle possibilità del Web;

>  di strutturare e valutare la sperimentazione di moduli didattici pilota per favorire il coinvolgimento degli alunni;

> di comprendere come introdurre l’utilizzo della struttura sociale messa a disposizione del web nel proprio modo di fare didattica;

> di valutare l’efficacia delle competenze acquisite e dell’efficacia dei progetti sperimentati;

> di rendere fruibili i percorsi realizzati dai docenti.

Organizzazione

La proposta A SCUOLA DI WEB vede l’articolazione intrecciata di interventi di aula frontali, di attività laboratoriali e di supervisioni specifiche che coinvolgeranno un gruppo di massimo 20 insegnanti condotte da due pedagogiste.

Il progetto è realizzato da Associazione Metas e La bottega della Pedagogista di Vania Rigoni.

Per informazioni contattateci alla mail associazione.metas@gmail.com oppure telefonicamente al 334.7147744.

L’età incerta dell’educatore, tra ruolo e prospettive.

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di Monica Cristina Massola

In corsivo è riportato il testo di un post apparso sul Caffè Pedagogico – gruppo Facebook luogo di incontro e confronto tra professionisti dell’educazione.

“INPUT
A seguito di una piacevole discussione con colleghi educatori laureati in scienze dell’educazione triennali (due uomini e due donne di età fra i 42 e i 53 anni, una donna la più anziana è diplomata enaip educatrice professionale regionale) operanti in servizi gestiti da cooperative sociali è emerso questo QUESITO, sintetizzato ed esposto così da loro: “Noi educatori potremo svolgere per tutta la vita professionale questo mestiere?. Lo vorremmo con tutto il nostro cuore ma a una certa età cambiano le esigenze e calano le energie psicofisiche”.
IN QUALE SERVIZI, IN QUALI AMBITI E CON QUALE UTENZA POTREMO LAVORARE ANCHE FRA I 55 E I 60 ANNI?
A VOI I COMMENTI E I CONSIGLI”

Queste mie riflessioni, rielaborate, sono già apparse sul Caffè Pedagogico, e vengono ricondivise qui, perché l’associazione Metas è da sempre interessata alla crescita dei ruoli professionali e delle organizzazioni.

In generale si tenta di offrire pensieri rielaborati attorno alla domanda e ai commenti dai partecipanti alla discussione; che si incentra attorno alla possibilità di lavorare come educatore tutta la vita professionale. 

Nei commenti emergeva l’annoso problema annoso del lavoro sui turni, e dello stress ad esso correlato. O ipotesi risolutive per continuare a lavorare cambiando ruolo, diventando coordinatore/formatore/supervisiore o spostandosi a lavorare in un servizio  più leggero.

Provo a mettere in campo alcune considerazioni generali sull’educatore adulto che sente il bisogno di evolvere, senza voler metter in atto giudizi, o andare a toccare necessariamente la delicata questione titoli. Quest’ultima ad oggi, non ce lo possiamo nascondere, resta un tasto delicato, e lo resterà sino a che tutto verrà normato dalla legge Iori, pur nei limiti e nelle criticità che la stessa ha già aperto e aprirà ulteriormente. Pertanto questa discussione rischia di diventare il proverbiale voler fare “i conti senza l’oste”
[…]

1.
Alcune riflessioni sul lavoro educativo in tarda età, non possono prescindere dal considerare quelle criticità tipiche del lavoro, e il discorso più generale della prevenzione dello stress lavorativo, delle tutele che devono essere attivate nel considerare le professioni usuranti, o una organizzazione del lavoro faticosa (esempio il lavoro su turni)
Ma dobbiamo davvero immaginare che l’educatore adulto smette di lavorare nei servizi organizzati sui turni, proprio quando per età e maturità anagrafica, formativa, professionale raggiunge il suo possibile apice? Ha senso postulare che possano educare gli educatori giovani perché sono i più liberi, i meno stanchi, i più entusiasti, e con meno impegni familiari? Pensiamo all’esempio delle comunità minori, luogo che rappresenta simbolicamente oltre che praticamente una comunità adulta – alternativa alla famiglia – che educa utenti bambini o giovanissimi a incontrare il mondo? Ecco che spesso vediamo che a gestire la vita in  comunità siano chiamati gli educatori giovani, perché più liberi, meno stanchi, più entusiasti, con meno impegni familiari.
Educare in comunità richiederebbe invece sia la pluralità di esperienze umane che giungono dalla formazione degli educatori giovani che l’esperienza adulta fatta di maturità e stabilità, che andrebbero a costituire proprio una trasversalità anagrafica formativa.

E invece sembra che la stanchezza educativa di chi lavora “su turni” generi un progressivo spostamento verso servizi soft come i centri disabili, o destinati a quelle utenze rappresentate come più leggere, e soprattutto caratterizzate da orari meno impegnativi.*
Ma il problema turni, lo conoscono bene gli operatori della sanità, ma anche quelli di altri comparti del lavoro (medici e infermieri, operai, commessi, etc lavorano su turni tutta una vita) potrebbe persino essere relativo se i turni se venissero strutturati e presidiati per generare con un buon equilibrio organizzativo e professionale, per garantire equità tra il tempo lavorativo e tempo libero.
Sappiamo anche che questo spesso non è un dato realistico, la non vivibilità di certe tabella orarie è indipendente dalla professione educativa in se, mentre si sposa assai bene con altri problemi contingenti, quali i costi del lavoro, una iniquità nel pagamento dei costi dei servizi, una mancata riconoscibilità culturale ed economica del lavoro educativo.

Così in questa moltiplicazione di criticità esplode il primo nodo, che sembra definire la questione l’educatore adulto non può lavorare su turni, per una molteplicità di questioni, lavoro troppo faticosi, turnazione ingiusta, mancato riconoscimento economico di una anzianità professionale di servizio, e spesso anche formativa. E allora come se ne esce? Appunto cercando un lavoro nei servizi “leggeri” o andando a coordinare? Ma è davvero così?

2. Le carriere educative, dovremmo a tal proposito esplorare meglio cosa accade nelle aziende profit, rispetto alle possibilità di crescita professionale possono svilupparsi solo in verticale (coordinamento) o possono farlo anche su un livello orizzontale?
Conosco una collega che, come professionista con Partita Iva, offre interventi educativi domiciliari con persone disabili, avendo ormai elaborato una capacità di lavorare in rete che cura, crea, cerca e sviluppa, una educatrice domiciliare che sa offrire una competenza tecnica ma anche organizzativa, unica e straordinaria. Incontrarla mi ha dato la sensazione di aver a che fare con una professionista di alto livello tecnico, progettuale, teorico.

E allora non c’è anche questo tipo di possibile crescita orizzontale, da esplorare volendo assumersi il rischio di impresa, tipica del libero professionista?

Possiamo immaginare che esistano altre carriere orizzontali educative?

Mi ricordo che lavorando nella mia precedente cooperativa ci ponemmo il problema del coordinare e del crescere, non era possibile gestire una aspettativa di evoluzione dell’educatore che potesse solo evolvere in maniera verticale, verso il coordinamento.

3. Coordinare. Questa è un’altra questione nodale, che mi sollecita parecchie domande.
Saper educare significa necessariamente saper coordinare, e un titolo da pedagogista offre questa stessa competenza di default?

Se penso a quanta attenzione pongano le organizzazioni profit ai vari livelli organizzativi, alle formazioni che mettono nel costruire, oltre ai titoli universitari, i vari livelli di gestione organizzativa aziendale. Il ruolo di coordinamento nei servizi, oggi, non implica una crescita di pensiero anche nelle azioni formative e nelle scelte   che le cooperative, gli operatori e anche l’università pone nei ruoli di coordinamento? Un maggior confronto con le realtà profit, più rodate a formare “quadri”.
Coordinare non è un ruolo a scavalco tra le tradizionali funzioni pedagogiche/formative, e quelle politiche nel rapporto con gli enti, quelle di snodo logistico tra lavoratori e la cooperative, quelle organizzative che delinate dalla “qualità” (che determinano un certo modo di “governare” un servizio),  quelle che sono progettuali in un ottica di innovazione e costruzione di servizi sui territori.

Bastano la stanchezza, l’età, il tempo per farci pensare che si possa/debba/voglia passare ad un ruolo di snodo apicale, e assai delicato?
In azienda un ruolo simile di management sarebbe valutato con grande attenzione dalle Risorse Umane (e pagato di conseguenza), questo suggerisce qualcosa sui ruoli e sul loro significato e valore.

4. Fatico a riconoscere, come già esplorato nella nota a fondo pagina, il valore del passare ad un servizio più leggero (in particolare centri diurni disabili) perché ho ben nota la situazione di alcuni servizi che sono diventati il parcheggio di operatori stanchi, quando il lavoro con la disabilità richiede esattamente l’opposto, operatori motivati, resilienti, innovativi, pieni di energia, magari e non solo anche giovani ….

5. La formazione/supervisione è un altro capitolo interessante, che forse rappresenta davvero un possibile scarto di carriera ma che resta da esplorare, chiedendo
comunque richiede dispositivi formativi adatti a mettere “in forma” le conoscenze maturare in una vita. Si tratta di carriere contigue ma sfumate diversamente e che richiedono una teoria e una prassi, che non possonoarrivare solo dalla stanchezza dell’usura.

6. Che formazione è immaginabile per aiutare l’E.P. A mantenere, laddove lo desideri, il lavoro su turni, rendendo questo una carriera professionale di alto livello, formata, tutelata e qualificata? Idem per ogni altro servizio, colto nella sua specifica e nelle criticità che espone …


NOTA

*    Volendo si potrebbe anche aprire un filone di riflessione sui servizi ritenuti “leggeri”, in virtù di un orario lavorativo che si vuole più facilitante per chi ha famiglia, ma che rischiano i diventare servizi “terminali”, quelli che gli operatori non vogliono lasciare sino al pensionamento. Quelli che, se non costantemente monitorati e accompagnati da una significativa dose di formazione, diventano i servizi storici e statici, e rischiano di fornire pratiche educative cronicamente sempre simili.

Educatori Digitali in Bottega

Chi si occupa di educazione, professionalmente o naturalmente, ogni giorno affronta problemi, fa delle scelte e da forma alle relazioni che costruisce.

Chi si occupa di educazione, ogni giorno, costruisce un pezzo di mondo con le proprie azioni e le proprie parole.

Chi si occupa di educazione e lo fa consapevolmente tende a costruire buone pratiche (best practices).

Tutto ciò, spesso, rimane ancorato al qui ed ora dell’attimo in cui accade.

Sembra infatti che per gli educatori (sia per chi lo fa di professione che per chi lo fa naturalmente – i genitori per esempio) la scrittura sia estremamente difficile come se il fermarsi su ciò che si pratica richieda sempre uno spazio e un tempo altro, un lusso che spesso non ci si può concedere.

Il web con il suo linguaggio e i suoi strumenti può dare un’ottima chance alla narrazione dell’educazione che pratichiamo tutti i giorni nei servizi e dentro le case, dietro la cattedra o per le strade delle città.

Educatori Digitali è un percorso per avvicinarsi al web e comprendere come poter dar valore al proprio lavoro o alle proprie scelte educative personali,  un percorso tra teoria e pratica per utilizzare le risorse della Rete per comunicare un progetto, promuovere la propria professione e fare cultura pedagogica online.

il 19 e 20 novembre 2016, saremo a Firenze per 12 ore di formazione.

vuoi saperne di più?

telefonaci in orari d’ufficio al numero 334.71.47.744  e parla con Anna Gatti – Associazione Metas

oppure scrivici

per informazioni sui contenuti del corso alla mail associazione.metas@gmail.com

per informazioni logistiche ed organizzative alla mail vaniarigoni@labottegadellapedagogista.com

costi:

30 euro di iscrizione + 220 euro di costo del corso + 10 euro tessera Metas

per chi si iscrive entro il 20 ottobre 2016, riduzione del 10% sul costo del corso (22 euro).

Iscrizione effettuata con il versamento sul c/c intestato ad Associazione Metas

Il ruolo: una struttura organizzativa #2

La settimana scorsa abbiamo introdotto il tema del rapporto tra ruolo e struttura organizzativa con questo post ; in questa seconda parte guardiamo in modo approfondito che cosa intendiamo per organizzazioni e in che termini possono imparare ad evolvere. 

Per farlo dobbiamo partire dalle basi: le organizzazioni sono strutture sociali abitate da persone, le quali hanno di per se stesse dei ruoli, necessariamente. Noi non siamo mai individui a sé stanti. Siamo figli, genitori, fratelli, nipoti, cugini. Siamo amici, fidanzati, coniugi, conviventi. Siamo colleghi, reciprocamente correlati da gerarchie organizzative. Esistono medici o psicologi e pazienti, avvocati o pedagogisti e clienti, commercianti e clienti, educatori o assistenti sociali e utenti, docenti e allievi. 

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Ciò che le organizzazioni possono imparare per evolversi, è dato da ciò che le persone che le abitano, a partire dai ruoli che rivestono in esse, possono cogliere, interrogare, dubitare, accertare, scegliere, non solo circa il rapporto che li pone in interazione in quel contesto, ma anche rispetto al contesto stesso: 

  • ci piace la nostra organizzazione?
  • cosa vorremmo tenere e cosa modificare?
  • cosa sentiamo più affine a noi e cosa invece più distante?
  • a cosa possiamo imprimere un processo trasformativo e cosa invece è bene che rimanga invariato ad oggi?
  • cosa dobbiamo imparare noi per stare meglio in questo contesto e per permettere ad esso di migliorare?
  • verso dove decidiamo che è bene andare e come muoversi?
  • cosa, secondo noi, è da modificare in quel tal processo produttivo?
  • come sarebbe meglio rapportarsi con i clienti e i committenti?
  • cosa sarebbe importante richiedere ai fornitori?
  • come modificare o migliorare i processi comunicativi interni e verso l’esterno?
  • e ancora, ma è solo uno tra i tanti esempi possibili, è possibile che la mia azienda mi aiuti  nell’essere sostenut* nelle mie responsabilità genitoriali, per poter essere ancora più produttiv* sul lavoro e seren* a casa?

Ovviamente tutte queste domande hanno senso, e vanno oltre un quadro utopico e idealista, nel momento in cui le persone di un’organizzazione che vuole farsi accompagnare nell’interrogarsi in tal senso, ragionano e selezionano i propri desiderata e i propri bisogni a partire al ruolo che in quel contesto rivestono, ‘cosa cioè è bene trasformare per permetterci di stare meglio qui e, quindi, di lavorare meglio’. Ed è compito del consulente aiutarli a tenere il contesto di ruolo.

Il ruolo professionale non può essere staccato completamente dall’esistenza della persona che lo riveste. E non solo perché si dice che se una persona non sta bene in generale nella sua vita, poi renderà meno sul lavoro. 

Ciò che siamo sul lavoro non può essere staccato da ciò che siamo nella vita fuori di lì, perché:

  • l’umano ha bisogno di trovare un senso in ciò che fa, possibilmente in una coerenza che pacifica tra ‘ciò che voglio essere e ciò che faccio’
  • il senso di ciò che si fa viene valutato a partire dai parametri valoriali con cui siamo stati educati (a cosa diamo valore?)
  • se non possiamo essere persone diverse tra il tempo che passiamo al lavoro e quello che passiamo fuori (a meno che si faccia un lavoro alienante), non possiamo nemmeno dimenticarci di ciò che sappiamo fare e che ci piace fare quando siamo in famiglia e nel nostro tempo libero. E qui si apre tutto il capitolo sulle competenze trasversali, che in Italia vengono ancora considerate poco nei processi di selezione del personale, ma noi non demordiamo nel credere che sia importante educare le organizzazioni a coglierne il valore, accanto alla considerazione delle competenze tecniche e delle conoscenze necessarie per ricoprire un determinato ruolo.

Stay tuned.

Il ruolo: una struttura organizzativa #1

Quando Metas ragiona sul ruolo sociale, guarda alle strutture: non intese come elemento statico e predefinente, ma come fondativo e di sfondo, orientativo. E il ruolo è una struttura costituente i sistemi sociali.


A Metas non interessa solo descrivere i sistemi sociali (famiglia, organizzazioni professionali, servizi e dispositivi educativi,…), perchè ciò che compete a chi come noi fa consulenza pedagogica è focalizzare e insegnare (in-segnare) le evoluzioni possibili in un contesto relazionale, simbolico e materiale dato.IMG_6041


Insegnare qualcosa che non serve in quel momento e in quel luogo ma potrebbe servire altrove e dopo, ha più a che fare con l’istruzione, la didattica. Noi invece abbiamo lo sguardo sull’educativo e, per educare, è necessario stare nel contesto, in quello che ti serve là da dove provieni e dove tornerai (o proprio lì dove sei se è una formazione o una consulenza sul campo).

Tant’è che addirittura quando i genitori cercano di insegnare qualcosa che servirà ma non è lì utile al momento, fanno più ‘morale’ (passateci il termine ed epuratelo dalle declinazioni moralistiche) che non educazione. Tipo: ‘nella vita è importante che…’, ‘quando sarai grande dovrai capire che…’ ecc… Invece dire: ‘sistema la tua camera ora perché…’, ‘a tavola si sta così…’, ‘adesso andiamo dal tuo amico e…’, fino ad arrivare a contenuti più alti ma presenti lì in quel momento e contesto e in quella interazione precisa, si insegna non solo una modalità di azione, ma uno sguardo su ciò che si sta vivendo che diventa poi uno sguardo sul come vivere, non domani ma già ora.
Nella scuola oggi, così affaticata, la pedagogia è schiacciata perché non c’è quasi più nessuno che aiuta a spostare lo sguardo dall’istruzionale all’educativo. Educativo a scuola è: ti trasmetto questo contenuto non tanto perché ti serva in generale nella tua vita, ma perché è l’occasione per insegnarti ora a confrontarti criticamente con il sapere canonico, in un contesto gruppale (che in nuce riproduce la collettività sociale), quindi ti sto insegnando a confrontarti con gli altri a partire da un tema culturale.

Educare, al pedagogico, vuol dire non solo ex ducere = tirar fuori, ma anche condurre. E per poterti condurre devo prenderti per mano ‘qui, dove siamo insieme io e te’, per ‘andare insieme verso’ e poi lasciarti andare.

Prendere come esempio ciò che succede in una famiglia o a scuola, per noi viene naturale come respirare.

Lo stesso ragionamento può però essere anche applicato a qualsiasi sistema organizzativo lavorativo, che si tratti di una cooperativa sociale, come di un’azienda profit.

Questo articolo nasce infatti dopo uno scambio su Telegram con  Alessandro Donadio, titolare di #socialorg, una nuova conoscenza di Metas. Lui si occupa di accompagnare la transizione social e digital dei processi HR (qui trovate una bella intervista in cui si racconta), e con lui ci stiamo confrontando per aprirci strade possibili di consulenza nelle aziende.

Sarà un bel percorso, di cui ad oggi non conosciamo le tempistiche. Ma la voglia di compierlo è molta e Alessandro sostiene sia percorribile e per nulla utopica e che tra Metas e Socialorg ci sia terreno per uno scambio reciproco e proficuo.

Il cammino che si sta aprendo è un cammino di ricerca, condiviso.

Differenze diffidenze o similitudini? (breve riflessione sull’incontro tra profit e non profit)

 

 

Sparkle 100%

 

Nel corso delle notte del #lavoronarrato abbiamo tentato un primo incontro fisico, tra mondi del lavoro – tradizionalmente chiamati – profit e no profit, cercando un linguaggio comune, in una prospettiva di incontro che sapesse spezzare le reciproche precomprensioni e le divergenze.

Ma nel fare questo dobbiamo svelare l’arcano che ha consentito di trovare (forse) un nesso comune, il minimo comune denominatore: la formazione.

Gli invitati alla cena del 30 Aprile 2016, presso il Ristoro delle Rane a Milano, hanno portato, per bisogno, per curriculum studi e per pratica professionale, uno sguardo sulla formazione, quale snodo essenziale, da esercitare quando si pratica o si pensa al lavoro.

E la notte del #lavoronarrato ha avuto, nell’evento progettuale ideato da Vincenzo Moretti, un analogo assunto di base: il lavoro si deve narrare, per capirlo, vederlo, insegnarlo, tradurlo, trasmetterlo ed innovarlo.

Così nella serata, andando di parola in parola, di portata in portata, innaffiate da un ottimo vino biologico  ciò che si è tratteggiato ha assunto le fattezze della parola: partecipazione.

Ovvero di un quid che permetterebbe lo scarto di incontro tra mondo del lavoro profit e no profit, nato a causa di una nuova visone molto meno definita e fluida del lavoro, rispetto al passato. Visione che è figlia una una mutazione storica che impone tempi globalizzati, altre strutture organizzative, nuovi bisogni incarnati e prodotti, e che genera diversi esiti, modi di lavorare, comunicazioni (narrazioni) diverse e necessarie per risignificare il senso del lavoro, i suoi simboli, le azioni, i pensieri e le progettualità.

Il lavoro quindi potrebbe essere ripensato alla luce del valore della partecipazione, e chi attraversa i nuovi spazi/mondi web ben conosce questo effetto, nella sua portata più matura e innovativa, divenuta capace di generare responsabilità e innovatività; ossia ciò che è più nuovo oggi ci riconduce al tema del partecipare ad una società diversa, fluida e iperconnessa, anche rispetto al tema del lavoro.

Ma la partecipazione non è forse la stessa potenza che certe imprese del terzo settore usano con grande sapienza, quando sanno aggiungere valore al lavoro, nelle azioni concrete sui territori, nella costruzione di reti sociali territoriali, nella cultura della cooperazione sociale laddove i soci davvero co-costruiscono il significato del creare lavoro, valore, rete, welfare, in un modo che è autoriflesso e sempre eteroriflesso.

E non accade ugualmente nelle imprese profit più innovative  che postulano un simile approccio all’organizzazione del lavoro?

Invece di parlare di profit e non profit potremmo parlare di organizzazioni che generano lavoro in modo partecipe e partecipato, pensato, in mondo autoriflesso ed etero riflesso, innovativo e capace di produrre nuove reticolarità, che riconnettono il lavoro al suo senso originario di azione necessaria al vivere.

N.d.R.
Il post offre ancora uno sguardo embrionale sul pensiero condiviso dai commensali che richiede ancora tempo, spazio, e speriamo ottime cene, per crescere e diventare altro. A disposizione della crescita di questo pensiero abbiamo aperto un gruppo di discussione che a breve sarà operativo.
Per Metas, nello specifico, l’altro pensabile è rappresentato dalle culture che l’associazione riflette, ricerca , comunica e narra, ma anche dalle opzioni e connessioni formative che propone.

 p.s. Grazie a Roberto Salvato di Trae che ha partecipato alla costruzione e conduzione delle serata.

Prendersi cura di chi cura

Fatti di cronaca, episodi comuni, frequenti. Consegnati al refrain diffuso e continuo della comunicazione in rete che si nutre con voracità delle notizie che colpiscono le emozioni e scatenano le reazioni di chi naviga: episodi di maltrattamento in contesti educativi istituzionali, comportamenti violenti e abusivi esercitati da persone che rivestono ruoli educativi e di assistenza nei confronti di bambini, disabili, anziani affidati alle loro “cure”.

Reazioni altrettanto diffuse che rimbombano nel web, il loro habitat naturale: talvolta scomposte, in gran parte convergenti nella proposta lanciata in rete di installare telecamere nelle aule, nei centri, nelle residenze. Una richiesta urlata a gran voce di “controllo” esterno, sorveglianza, visibilità: questa sembra essere la soluzione a un problema. Una soluzione semplice: facilmente praticabile oggi, grazie alla tecnologia a disposizione.

Tra questi due poli si è aperto uno spazio ampio e profondo di riflessione, confronto e urgenza di ri-definizione di quel problema, dove si sono sentite chiamate le persone che di educazione si occupano professionalmente, persone che con diversi ruoli quei luoghi di cura rappresentati come pericolosi e bisognosi di sorveglianza e controllo, li abitano quotidianamente.

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La sollecitazione è arrivata da Monica Cristina Massola, coordinatrice e supervisore di équipe di CDD, mamma di due figlie che frequentano scuole di diverso grado, pedagogista, che ha lanciato in rete alcune domande:

“Cosa ci rende sicuri che stiamo lavorando in modo da prevenire maltrattamenti fisici emotivi, progettuali agli utenti? Cosa avremmo voglia di dire alle famiglie, che portano ogni giorno, con dinamiche a volte molto faticose la domanda su come siamo capaci di aver cura dei loro familiari (siano anziani, bimbi, adulti)? Avremo il coraggio di aprire il tema nelle è équipe, e sviscerarlo senza pregiudizi, senza le solite difese propedeutiche, pensando che sia poi un atto responsabile e necessario quello di restituire alle famiglie un pensiero maturo e attento attorno alla prevenzione e alla cura educativa che sappiamo erogare? Potremo portare, alle cooperative che ci danno lavoro, la domanda attorno ai nostri bisogni formativi?

Se mi pongo nel ruolo di utente di un servizio cosa vorrei mi fosse dato/restituito in termini di azioni o pensieri, per esempio dagli operatori della scuola che ogni mattina accolgono le mie due figlie? Chi lo ha già fatto e chi lo farà domani nei propri luoghi di lavoro?”

Ne è nato uno scambio molto ricco che (come fortunatamente sempre più spesso accade nel web), ha riempito di contenuti e di senso questo spazio ampio e profondo, generando riformulazioni complesse della questione pedagogica implicita e mostrando piste di lavoro co-costruibili e forse percorribili.

Chi svolge quotidianamente lavoro educativo non sembra potersi accontentare di rimanere sulla dimensione soggettiva del problema. Esistono persone che per cause e condizioni individuali assistono e educano altre persone esercitando su di loro abusivamente il potere consentito dal loro ruolo, considerando i loro utenti come oggetti e non come persone, quindi legittimandosi comportamenti violenti nei loro confronti: probabilmente si tratta di reazioni di difesa, o forse esplosioni di emozioni incontrollate. Comportamenti che devono essere messi sotto controllo, sorvegliati dall’esterno per essere prevenuti e sanzionati.

Non basta: occorre spostarsi da questa prospettiva e fare qualche passo verso aree più popolate in cui tutti gli educatori possano ritrovarsi: “siamo tutti potenziali maltrattatori”, una provocazione forte che consente di rimettere in evidenza come il lavoro educativo sia ad alto contenuto emotivo e quindi necessiti di una specifica e ineludibile “manutenzione”, cura della professionalità attraverso strumenti essenziali: il lavoro di équipe, la supervisione, la formazione che con diverse finalità e obiettivi devono occuparsi forse più che del controllo della potenziale pericolosità dei ruoli educativi (o degli operatori?), della capacità di chi lavora di gestire le emozioni nella relazione educativa e di cura, emozioni che sono tutte e profondamente strumento e oggetto del lavoro quotidiano.

Non può trattarsi solo di vigilare sulla soglia di controllo emotivo di cui ciascuno è capace, ma anche di offrire a chi educa e cura contesti di elaborazione, sviluppo e condivisione su cui poter contare per mettere in sicurezza le relazioni educative e le pratiche di cura, incardinandole saldamente a tecniche e competenze pedagogiche.

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Ma anche questa prospettiva non basta: occorre provare a ripensare ai luoghi educativi e di cura come parti di mondo, non come mondi a parte che con il mondo esterno devono interagire, a cui devono riferire, render conto e dal quale ricevono mandati da eseguire.

Si tratta di luoghi in cui le persone vivono (operatori, utenti, familiari, società), costitutivi della vita di ciascuno e di molti. È una posizione da cui guardare il problema molto interessante, che richiama pensieri sulla progettualità che sorregge la quotidianità di questi contesti e sugli investimenti (economici, strumentali, materiali oltre che professionali) che sostengono il benessere delle persone che abitano quelle parti di mondo.

Si apre un altro spazio di lavoro che riguarda la progettazione dei dispositivi pedagogici e le politiche educative, sanitarie, di cura, ma anche i contesti socio-culturali in cui sono, che hanno un enorme potere di prevenire o determinare pratiche e esercizi di ruolo che intrinsecamente violano le persone che hanno bisogni educativi e di cura, e talvolta sono palesemente violente.

Compaiono nelle descrizioni esempi di scuole, convitti, centri per disabili, residenze per anziani… “spazi ristretti, obbligati, promiscui, affollati, normati da regole funzionali al sistema organizzativo, frequentati giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno”.

Si rende visibile una diffusa forma di violenza (o disinteresse, o deprivazione) esercitata sui servizi quando la progettualità e le risorse che li costituiscono non sono pensate, agite e attribuite con la dovuta cura e ci si domanda quanto queste dimensioni alimentino la frustrazione e la perdita di controllo emotivo delle persone che vivono quella vita (perché è il loro lavoro, il loro destino, il loro percorso, non fa differenza).

Coloro che hanno contribuito alle conversazioni on-line di cui abbiamo evidenziato solo alcuni dei numerosi nuclei, si sono congedati sottolineando con forza il loro apprezzamento per la qualità e la ricchezza dei contenuti e delle riflessioni che hanno condiviso, scambiato e co-prodotto.

Ci domandiamo (e domandiamo) quanto questa esperienza sia stata utile per ciascuno per elaborare il contenuto emotivo e per fare un po’ di quella “manutenzione” della propria professionalità che abbiamo nominato.

È una delle scommesse di Metas: creare e potenziare occasioni in cui chi cura (professionalmente e quotidianamente) possa prendersi cura del proprio curare, attraverso setting di co-visione, che immaginiamo frequentati da persone che abitino luoghi lavorativi diversi dove vestano abiti diversi, che insieme si occupino della messa a punto dei loro strumenti operativi comuni: le emozioni, per esempio.

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Questo articolo, di Cristina Crippa, è frutto della rilettura delle conversazioni sollecitate da Monica Cristina Massola nel gruppo Facebook Il Caffè Pedagogico e rilanciate da Anna Gatti sul suo profilo Facebook. 
Ai link indicate trovate le discussioni da cui l’articolo ha preso spunto e tutti coloro che vi hanno partecipato.