Prendersi cura di chi cura

Fatti di cronaca, episodi comuni, frequenti. Consegnati al refrain diffuso e continuo della comunicazione in rete che si nutre con voracità delle notizie che colpiscono le emozioni e scatenano le reazioni di chi naviga: episodi di maltrattamento in contesti educativi istituzionali, comportamenti violenti e abusivi esercitati da persone che rivestono ruoli educativi e di assistenza nei confronti di bambini, disabili, anziani affidati alle loro “cure”.

Reazioni altrettanto diffuse che rimbombano nel web, il loro habitat naturale: talvolta scomposte, in gran parte convergenti nella proposta lanciata in rete di installare telecamere nelle aule, nei centri, nelle residenze. Una richiesta urlata a gran voce di “controllo” esterno, sorveglianza, visibilità: questa sembra essere la soluzione a un problema. Una soluzione semplice: facilmente praticabile oggi, grazie alla tecnologia a disposizione.

Tra questi due poli si è aperto uno spazio ampio e profondo di riflessione, confronto e urgenza di ri-definizione di quel problema, dove si sono sentite chiamate le persone che di educazione si occupano professionalmente, persone che con diversi ruoli quei luoghi di cura rappresentati come pericolosi e bisognosi di sorveglianza e controllo, li abitano quotidianamente.

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La sollecitazione è arrivata da Monica Cristina Massola, coordinatrice e supervisore di équipe di CDD, mamma di due figlie che frequentano scuole di diverso grado, pedagogista, che ha lanciato in rete alcune domande:

“Cosa ci rende sicuri che stiamo lavorando in modo da prevenire maltrattamenti fisici emotivi, progettuali agli utenti? Cosa avremmo voglia di dire alle famiglie, che portano ogni giorno, con dinamiche a volte molto faticose la domanda su come siamo capaci di aver cura dei loro familiari (siano anziani, bimbi, adulti)? Avremo il coraggio di aprire il tema nelle è équipe, e sviscerarlo senza pregiudizi, senza le solite difese propedeutiche, pensando che sia poi un atto responsabile e necessario quello di restituire alle famiglie un pensiero maturo e attento attorno alla prevenzione e alla cura educativa che sappiamo erogare? Potremo portare, alle cooperative che ci danno lavoro, la domanda attorno ai nostri bisogni formativi?

Se mi pongo nel ruolo di utente di un servizio cosa vorrei mi fosse dato/restituito in termini di azioni o pensieri, per esempio dagli operatori della scuola che ogni mattina accolgono le mie due figlie? Chi lo ha già fatto e chi lo farà domani nei propri luoghi di lavoro?”

Ne è nato uno scambio molto ricco che (come fortunatamente sempre più spesso accade nel web), ha riempito di contenuti e di senso questo spazio ampio e profondo, generando riformulazioni complesse della questione pedagogica implicita e mostrando piste di lavoro co-costruibili e forse percorribili.

Chi svolge quotidianamente lavoro educativo non sembra potersi accontentare di rimanere sulla dimensione soggettiva del problema. Esistono persone che per cause e condizioni individuali assistono e educano altre persone esercitando su di loro abusivamente il potere consentito dal loro ruolo, considerando i loro utenti come oggetti e non come persone, quindi legittimandosi comportamenti violenti nei loro confronti: probabilmente si tratta di reazioni di difesa, o forse esplosioni di emozioni incontrollate. Comportamenti che devono essere messi sotto controllo, sorvegliati dall’esterno per essere prevenuti e sanzionati.

Non basta: occorre spostarsi da questa prospettiva e fare qualche passo verso aree più popolate in cui tutti gli educatori possano ritrovarsi: “siamo tutti potenziali maltrattatori”, una provocazione forte che consente di rimettere in evidenza come il lavoro educativo sia ad alto contenuto emotivo e quindi necessiti di una specifica e ineludibile “manutenzione”, cura della professionalità attraverso strumenti essenziali: il lavoro di équipe, la supervisione, la formazione che con diverse finalità e obiettivi devono occuparsi forse più che del controllo della potenziale pericolosità dei ruoli educativi (o degli operatori?), della capacità di chi lavora di gestire le emozioni nella relazione educativa e di cura, emozioni che sono tutte e profondamente strumento e oggetto del lavoro quotidiano.

Non può trattarsi solo di vigilare sulla soglia di controllo emotivo di cui ciascuno è capace, ma anche di offrire a chi educa e cura contesti di elaborazione, sviluppo e condivisione su cui poter contare per mettere in sicurezza le relazioni educative e le pratiche di cura, incardinandole saldamente a tecniche e competenze pedagogiche.

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Ma anche questa prospettiva non basta: occorre provare a ripensare ai luoghi educativi e di cura come parti di mondo, non come mondi a parte che con il mondo esterno devono interagire, a cui devono riferire, render conto e dal quale ricevono mandati da eseguire.

Si tratta di luoghi in cui le persone vivono (operatori, utenti, familiari, società), costitutivi della vita di ciascuno e di molti. È una posizione da cui guardare il problema molto interessante, che richiama pensieri sulla progettualità che sorregge la quotidianità di questi contesti e sugli investimenti (economici, strumentali, materiali oltre che professionali) che sostengono il benessere delle persone che abitano quelle parti di mondo.

Si apre un altro spazio di lavoro che riguarda la progettazione dei dispositivi pedagogici e le politiche educative, sanitarie, di cura, ma anche i contesti socio-culturali in cui sono, che hanno un enorme potere di prevenire o determinare pratiche e esercizi di ruolo che intrinsecamente violano le persone che hanno bisogni educativi e di cura, e talvolta sono palesemente violente.

Compaiono nelle descrizioni esempi di scuole, convitti, centri per disabili, residenze per anziani… “spazi ristretti, obbligati, promiscui, affollati, normati da regole funzionali al sistema organizzativo, frequentati giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno”.

Si rende visibile una diffusa forma di violenza (o disinteresse, o deprivazione) esercitata sui servizi quando la progettualità e le risorse che li costituiscono non sono pensate, agite e attribuite con la dovuta cura e ci si domanda quanto queste dimensioni alimentino la frustrazione e la perdita di controllo emotivo delle persone che vivono quella vita (perché è il loro lavoro, il loro destino, il loro percorso, non fa differenza).

Coloro che hanno contribuito alle conversazioni on-line di cui abbiamo evidenziato solo alcuni dei numerosi nuclei, si sono congedati sottolineando con forza il loro apprezzamento per la qualità e la ricchezza dei contenuti e delle riflessioni che hanno condiviso, scambiato e co-prodotto.

Ci domandiamo (e domandiamo) quanto questa esperienza sia stata utile per ciascuno per elaborare il contenuto emotivo e per fare un po’ di quella “manutenzione” della propria professionalità che abbiamo nominato.

È una delle scommesse di Metas: creare e potenziare occasioni in cui chi cura (professionalmente e quotidianamente) possa prendersi cura del proprio curare, attraverso setting di co-visione, che immaginiamo frequentati da persone che abitino luoghi lavorativi diversi dove vestano abiti diversi, che insieme si occupino della messa a punto dei loro strumenti operativi comuni: le emozioni, per esempio.

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Questo articolo, di Cristina Crippa, è frutto della rilettura delle conversazioni sollecitate da Monica Cristina Massola nel gruppo Facebook Il Caffè Pedagogico e rilanciate da Anna Gatti sul suo profilo Facebook. 
Ai link indicate trovate le discussioni da cui l’articolo ha preso spunto e tutti coloro che vi hanno partecipato.

Matrix – covisioni sulla cura

Metas organizza il primo ciclo di covisioni sul tema della CURA che abbiamo intitolato MATRIX – COVISIONI SULLA CURA.

Abbiamo citato Matrix per due ragioni: la prima è la Matrice Comune (Matrix appunto) che accomuna tutti i soggetti a cui questa covisione si rivolge: la capacità di cura che ci riconosce simili professionalmente; la seconda perchè evoca cinematograficamente un percorso di viaggio e attraversamento che implica saper complessificare e approfondire. Non esiste infatti una soluzione facile per destreggiarsi in questi territori professionali così delicati, ma servono percorsi di condivisione e rielaborazione che possano permettere una continua e progressiva centratura della propria posizione in contesto.

Cosa sono le covisioni? In che termini ci occuperemo di cura? A chi si rivolge?

Tutte le risposte le trovate >> leggendo qui << insieme alle informazioni delle date e dei costi.

Per iscrivervi potete compilare il format che trovate >> qui << oppure inviare una mail ad associazione.metas@gmail.com

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Giovani Volontari e Giovani Disabili

Nei mesi scorsi abbiamo fatto un percorso formativo con un gruppo di giovani volontari dell’Associazione L’Abbraccio ingaggiate da CSV Monza e Brianza.

Ci siamo ritrovate un bel gruppo di ragazzi con tanta voglia, nonostante i numerosi impegni settimanali, tra lavoro, studio e volontariato, di soffermarsi un poco per pensare all’attività che prestano con l’Associazione.

I giovani volontari sono stati guidati nell’incontro tra immaginario e reale, in una esplorazione di gruppo alla ricerca delle precognizioni attorno al tema della disabilità, individuando due punti specifici di osservazione: la persona con disabilità e la funzione facilitante del contesto di tempo libero.

Impegnarsi come volontario parte dal presupposto che ci sia un interesse da parte di chi lo sceglie. Decidere di fare volontariato consapevoli delle proprie competenze e dei limiti eventualmente da superare, permette di occuparsene ricevendo maggiore soddisfazione. Il lavoro proposto ha permesso quindi di dichiarare su quali saperi (teorici e pratici) può contare l’intero gruppo e ha dato possibilità di scegliere di sviluppare al meglio le competenze di ciascuno.

Accompagnati da alcune domande, sia poste da noi che sollecitate dai loro interventi, abbiamo ragionato attorno al come ci si relaziona con le persone con disabilità, che spazio ha la disabilità nel mondo e nella relazione che si instaura tra volontario e destinatario, e quanto sia necessario far entrare la vita reale in quelle relazioni e, soprattutto, nelle singole interazioni tra volontari e disabili. Le persone disabili, non provengono da un altro pianeta. E la disabilità, guardata dal punto di vista pedagogico, non è una caratteristica individuale, ma è la risultante del rapporto esistente tra individuo e società. Non si sostiene che le persone disabili non siano persone in difficoltà tout court, ma dal punto di vista culturale vogliamo scardinare la credenza che allinea la disabilità alla malattia, con tutto ciò che ne deriva: guardare i sintomi e non la complessità esistenziale della persona; porre attenzione all’individuo e non al contesto socio-relazionale in cui ci si rapporta; originare comportamenti standardizzati e artificializzati, desoggettivando la persona disabile, arrivando a considerarla incapace di intendere e volere e desiderare una propria posizione nel mondo.

Tutto ciò nella pratica si traduce spesso nell’assenza di domande, vale a dire che i volontari spesso pongono solo domande retoriche ai ragazzi che accompagnano, o non ne pongono affatto: stai bene? cosa ti turba? cosa non capisci? cosa non sto capendo di te? cosa stiamo dicendo?  che cosa hai voglia di mangiare/bere/fare?

Sono queste esempi di domande considerate di primo acchito impossibili da porsi e da porre. Indagare queste resistenze interazionali, ha permesso di riporre al centro della relazione la dignità di ogni persona in gioco e considerare il fatto che spesso le persone disabili sono abituate ad avere intorno persone che pensano e parlano per loro, perdendo il desiderio di esserci in quel contesto, di capire che è possibile per loro esprimersi ed essere degni di ascolto e attenzione, non solo di cure e assistenza.

Questa operazione ci ha permesso inoltre di rifocalizzare il significato originario che L’Abbraccio vuole dare con il suo operato: l’inclusione sociale delle persone disabili di Meda. E nessuna inclusione effettiva è possibile se si continua, anche inconsapevolmente, a trattare le persone disabili come altro da noi, come personaggi solo bisognosi e mai propositivi e soprattutto soggetti sociali, meritevoli di curiosità, capaci di stimolare e dare, non solo di ricevere passivamente.

Aprendo questo confronto sono emersi i bisogni formativi dei giovani volontari, identificati nei  seguenti temi:

  • gestione delle stereotipie comportamentali
  • autonomia e dipendenza
  • gestione della rabbia
  • gestione dell’affettività e della sessualità
  • la comunicazione non verbale

A tutte queste tematiche è stato fatto un accenno formativo, ma ci si è concentrati sulle prime tre, concordando che per le ultime due occorresse uno spazio dedicato ed eventualmente da progettare in futuri percorsi formativi ad hoc.

Tutti i partecipanti hanno dichiarato di aver bisogno di spazi formativi, come questo, capaci di sostenere nel ruolo e nelle competenze di ruolo in contesto, offrendo un’occasione di confronto gruppale. Con la tutor del percorso si è perciò detto possibile pensare a future occasioni, differenziando tra percorsi formativi su tematiche, e includenti anche i ragazzi disabili accanto ai volontari, e percorsi di supervisione sulle difficoltà che il volontario risconta nella pratica dell’interazione con i ragazzi che accompagna.

Durante il percorso si è inoltre affrontato il tema della motivazione che li ha spinti a dedicare parte del tempo libero nel fine settimana: ciò ha permesso di ragionare attorno alla convinzione della propria scelta e di pensare a come costruire occasioni anche per altri giovani per incontrare e conoscere questa possibilità di partecipazione alla vita sociale di Meda.

E’ stato ipotizzato un percorso di raccolta di punti di vista differenti e di costruzione con un gruppo di ragazzi disabili di un video che racconti l’esperienza de L’Abbraccio per poterla mostrare in occasione di eventi pubblici e iniziative dell’associazione.

I giovani volontari, a seguito di questo percorso formativo e su nostra indicazione, hanno anche sistemato i canali social dell’Associazione, aprendo una pagina di Facebook dedicata alla narrazione delle attività de L’Abbraccio.

Non ci resta, per ora, che augurare un buon pezzetto di ulteriore strada a L’Abbraccio: buon lavoro ragazzi!!

di Manuela Fedeli

Bulli piccoli e grandi

Questo post nasce come rielaborazione di un pensiero nato grazie ad una discussione nata sul gruppo facebook Il caffè pedagogico.

Una necessaria premessa: ritengo il web un fenomeno interessante e culturalmente ineliminabile (il nostro mondo e modello di economia, informazione, politica, dati, ricerca etc viaggiano su strade digitali), pertanto esso rappresenta un attraversamento storico e sociale che ogni adulto che si occupi di educazione o che abbia uno sguardo responsabile non può evitare. Ciò va fatto analizzandolo, informandosi/formandosi a coglierne limiti e possibilità.

Aggiungo che personalmente  il “mondo web” mi piace e intressa molto.) Così lo sguardo che portiamo, noi che ci occupiamo di educazione e pedagogia non può solo poggiarsi sul singolo fenomeno del cyberbullismo, traduzione moderna e velocizzata del bullismo, o sulle capacità genitoriali o sulle endemiche difficoltà scolastiche nel fornire istruzione ed educazione in un mondo diverso e in mutamento, ma va diretto anche al mondo adulto che manifesta, attraverso il cosiddetto hate speech, una potenzialità comunicativa e/o narrativa contenente una reazione al mondo, ai pensieri altrui, violenta a parole e nei contenuti.

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E’ abbastanza probabile che l’apparente anonimato del web sciolga, anche negli stessi adulti, la percezione di un tessuto sociale capace di contenere i comportamenti meno civili, questo è un errore cognitivo, poiché il web trattiene e fa trasparire tutto. Allora forse al cyberbullismo, che legittimamente preoccupa che si occupa di educazione dei giovani, si risponda anche formando gli adulti; quindi formando tutti noi (in quanti non siamo incappati in un fame o lite digitale, in quanti riconosciamo un troll in un gruppo – persona ostinatamente intenzionata buttare benzina sul fuoco – isolandolo prima che un luogo pacifico di discussione diventi un vespaio radicalizzato di insulti, in quanti sappiamo da subito gestire una discussione evitando che diventi un contenzioso tra pro e contro?).

Chi lo sa fare, lo ha imparato a sue spese, scoprendo la necessità di modulare e mediare, pensando e esercitando un nuovo modo di agire: si riflette prima di inviare un commento, si deve equilibrare il tono “emotivo” in una conversazione scritta (cosa assai difficile perché la comunicazione non verbale, nella vita materiale, ci aiuta tantissimo a chiarire la comunicazione verbale e i toni emotivi, grazie alla presenza del corpo). Ci si è attrezzati ad imparare, a proprie spese, nel cambiare il mondo di scrivere, si usano le emoticon nel tentativo di riscrivere la sottotraccia emotiva. Si impara e ci si corregge, si smette di reagire o ci si stacca dalle discussioni o dai commenti violenti.

Avete presente certi commenti adulti, sotto articoli, post, etc, che risultano soffocanti nel loro essere troppi, offensivi, cattivi, inutili, rabbiosi e inutilmente faticosi?.

Allora si, diventa evidente che esiste un grande lavoro da fare attorno alle prassi ai pensieri e alle teorie (anche educative) attorno al mondo che cambia e va compreso, sperimentato, tradotto, insegnato; usando le nostre conoscenze del mondo materiale e culturale per arrivare a comprendere i confini del mondo digitale e culturale in cui ci muoviamo e che andremo a costruire.

Quindi oltre alla scuola, oltre ai bulli (cyber meno), oltre alla famiglia, abbiamo da predisporci a generare una buona cura educativa del mondo che si sta facendo, costruendo cultura, narrazioni, divulgazioni, scienza e didattiche…

Non è cosa da poco.

Monica Cristina Massola

– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook

#assaltialcielo: dall’educazione alla politica

Il 22 e 23 ottobre in Università degli Studi di Milano – Bicocca è stato realizzato il convegno ‘Assalti al cielo e ritirate strategiche. Sguardi sul lavoro educativo’.

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Chi ci segue sa che Metas ha partecipato, insieme ad altre organizzazioni del Terzo settore, alla costruzione e all’organizzazione di questo evento, voluto dal Prof. Tramma, che è Presidente del CdS in Scienze dell’Educazione.

A questo link potete rintracciare tutte le organizzazioni che hanno collaborato all’impresa

Metas in tutto questo percorso, ricco ed arricchente, ha approfondito la parte della comunicazione. L’intenzione guida è stata quella di evitare una promozione che avesse le sole sembianze di una vetrina per pubblicizzare l’evento, ma che avesse invece il sapore pedagogico della narrazione di un’esperienza, di cui tenere traccia per non disperdere gli insegnamenti possibili e gli elementi da trattenere per continuare a curare tutto ciò che il convegno ha generato: cosa si porta a casa il Terzo settore? Che tesoro può farne l’Università? E quali spazi di dialogo sono stati aperti con tra mondo dei servizi educativi e Politica?

In attesa di decidere, insieme al Prof. Tramma e alle organizzazioni, come continuare a gestire il sito www.assaltialcielo.wordpress.com, rilanciamo da qui le domande che il mondo dell’Educazione professionale ha posto alla Politica. Durante il convegno, infatti, sono stati fatti 4 workshop:

  • Problematicità del lavoro educativo
  • Rapporto tra lavoro educativo, istituzioni e politica
  • Innovazione nel/del lavoro educativo
  • Sguardi sull’educazione dentro e fuori la scuola.

Ogni workshop ha permesso di mettere a fuoco alcune domande da porre ai politici con cui è stata fatta una tavola rotonda.

Riportiamo qui le domande, che è importante non disperdere e che per Metas è importante condividere con tutti i soggetti che ne fossero interessati, per arricchire questo lavoro di nuovi sguardi:

  • Dove va oggi l’educazione professionale dal punto di vista politico?
  • Chi ha una formazione pedagogica e poi entra attivamente in politica, quanto riesce a far comunicare i due ambiti? Cosa dello sguardo pedagogico porta in politica?
  • Le innovazioni in campo educativo vengono finanziate primariamente da fondazioni private oggi. La politica ne è cosciente? Cosa ne pensa?
  • Che percezione hanno i politici di quello che vedono e pensano gli educatori dall’interno dei servizi educativi?
  • Che dizionario comune, tra lavoro educativo e politica, è possibile costruire?
  • Cosa può fare la politica per riconoscere al lavoro educativo un giusto riconoscimento economico, che equivalga al valore sociale che al nostro lavoro viene già riconosciuto
  • Come la politica può promuovere il recupero di un approccio che aiuti la scuola ad aprirsi al territorio?
  • Quanto la politica può promuovere la coprogettazione tra lavoro educativo e scuola?

Verso gli Assalti al Cielo: #innov-azioni?

INTRO

“Mancano 15 giorni al Convegno ‪#‎assaltialcielo‬ di Milano.
La ricchezza del programma per lo spessore dei pensieri in merito allo stato del lavoro educativo attuale, meritano attenzione.
Un’Università e 10 organizzazioni tra cui anche Metas, 31 persone tra gli organizzatori e i relatori per una panoramica articolata che passa da linguaggi, stili e punti di vista differenti sull’ ‪#‎educazione‬ per convergere ad una fotografia che sappia sia restituire un’immagine della ‪#‎complessità‬ che porre delle questioni alle organizzazioni e alla politica.”

(dalla pagina facebook di Metas)

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Eccoci alle fasi finali pre Convegno,  superati i focus group, le mail, le riunioni al volo, e le assemblee plenarie “fatte” per pensare insieme.
Insieme?
Già, se ripercorriamo il nostro viaggio, verso il convegno, forse riusciamo a focalizzare come questo sia stato stato davvero variegato, colorato e imprevisto.
Un viaggio durato circa un anno.
Abbiamo incontrato nelle varie stanze dell’università, che ci accoglievano, una pluralità di attori, che arrivano dal nostro mondo educativo e pedagogico, persone che in genere non frequentiamo; o non frequentiamo in questi spazi o per queste tematiche.
Eravamo a “casa” dell’università con i suoi docenti, gli assegnisti, i dottorandi, con le sue regole e burocrazie, e le sue imprevedibili aperture.
Ci siamo guardati e annusati, nelle differenze e nelle similitudini, tra università e terzo settore, tra istituzioni e singoli, tra esperienze professionali variegate, tra spazi più ufficiali e confronti informali, aule e corridoi, tra speranze e vincoli.

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In effetti, il convegno punta molto sulla correlazione tra vincoli e speranze, per cui la domanda che l’assemblea plenaria ha scelto come titolo è sostanzialmente è questa: “ma noi, un noi plurale che ci vede tutti coinvolti, noi dell’educazione stiamo assaltando il cielo o ci stiamo strategicamente ritirando?”.

Abbiamo lavorato el corso di quest’anno, per pensare insieme, per tratteggiare una struttura di convegno, che riuscisse a dare valore alla differenza e alla pluralità, alle interconnessioni e alle iperconnessioni; che sapesse far riflettere, a partire dalle pratiche professionali individuali, per giungere ad un pensiero collettivo, disomogeneo e ricco. Questo è quanto ci ha accomunato, almeno questo è il mio sentire, anzi è questo il segno che ho scelto di trattenere come Metas.

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INNOVAZIONE

Come Associazione , uno dei nostri fil rouge è lo sguardo al nuovo mondo digitale, che volendo o meno ci troviamo tutti ad attraversare; non foss’altro perché grossa parte dell’informazione, del sapere teorico, dell’economia, della comunicazione viaggia in autostrade digitali. Ci pre-occupiamo di capire come il nuovo mondo (o il nuovo paradigma) ci determina, dove ci conduce, cosa insegna, come impariamo, che segni inscriviamo, come e se i saperi e le professioni educative vengono ridefinite da questo incontro.
Da qui all’essere inserite, nella preparazione del Convegno, nel gruppo che ha esplorato il tema #innovazione, il passo è stato ovvio e breve. Ci siamo trovate di fronte ad una pluralità di soggetti del terzo settore (circa 13/14 soggetti provenienti da altrettante associazioni, cooperative sociali, enti pubblici, o presenti in qualità di liberi professionisti) convocati a raccontare il loro pensiero di #innovazione.

Così abbiamo ulteriormente affinato lo sguardo per cogliere tra le righe di quanto (e dove) ci fosse di interessante attorno al tema #innovazione.

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Una sfida non affatto facile, perché attorno a noi c’è già una tessitura culturale, o una narrazione, che definisce cosa potrebbe/dovrebbe essere, per voi e per noi, #innovazione:
lo fanno i progetti e i bando che la richiedono,
la nominano le politiche e le economie,
lo dice l’incontro con il mondo della multicultiualità, della globalizzazione, della liquidità e del web.

Ci vengono continuamente proposte nuove parole che sembrano ridefinire gli ambiti di operatività, o le nuove sfide educative che siamo chiamati a affrontare (esempio scuola e web/scuola e multiculturalità) o  indicate le nuove azioni che spingono ad una differente gestione dei servizi educativi o di welfare.

Per noi queste parole, definizioni, domande devono cercare un matrimonio, con le prassi educative quotidiane, che ci permettano di individuare le direzioni che stiamo prendendo, di elaborare un sapere condiviso e “raccontabile”, capace di mostrarsi e essere insegnato.
Ma questo, ci pare di poter dire, è parte della mission di questo convegno.

Così non anticipiamo nulla e restiamo in attesa, che sia proprio il tempo del convegno, nelle forme e negli spazi che sono stati costruiti grazie ad un pensiero condiviso, incominci a elaborare un sapere.

Forse già questo convegno, nella sua forma, è figlio della la complessità che il termine #innovazione comporta, o ricerca.

Una innovazione che è data dalla complessità che è stata costruita per pensare insieme, che verrà riattraversata da molti linguaggi, relatori e strutture comunicative:
lezioni frontali, e workshop,
inserti teatrali e presenze radiofoniche,
mostre fotografiche,
connessioni web
relatori dall’università,
confronti con la politica,
presenza e domande del terzo settore,
riflessioni offerte dall’utenza, ovvero di chi fruisce direttamente di servizi e azioni educative.

Così vi rivolgiamo la nostra domanda: è innovativo un incontro complesso tra una pluralità di mondi, che pure ruotando attorno all’atto educativo, di cura e pedagogico, pensa e costruisce reti, genera nuovi pensieri, e li condivide tanto in maniera verticale che orizzontale?

E’ innovativo proporsi di rilanciarli pensati/pensandoli ad un livello più complesso, mentre si tenta di usare una pluralità di linguaggi trasversai che arrivino agli studenti, ai convegnisti, al terzo settore, alla politica, e all’università stessa; e dopo aver creato un luogo (dispositivo) dove sia possibile parlare, ascoltandosi nella reciprocità e nella complessità data dalle differenze?

Per pensarne e saperne di più seguiteci vi racconteremo il convegno anche attraverso Twitter cercate: @assaltialcielo

Monica Cristina Massola

Autorappresentazione del ruolo educativo e pedagogico

L’altro giorno dopo una conversazione svoltasi con alcuni con colleghi delle organizzazioni che compartecipano con l’università degli Studi Milano Bicocca alla preparazione del Convegno “Assalti al Cielo e Ritirate Strategiche”  ho preso alcuni appunti mentali che ho provato a ritradurre, nel corso di una discussione in un gruppo di educatori e pedagogisti, su Facebook. Il Caffè pedagogico è un gruppo Facebook, appena creato e che si sta proponendo come uno dei possibili luoghi intelligenti e social in cui discutere attorno a ruolo, alla professione e alla tematiche tecniche, deontologiche, etiche, scientifiche, paradigmatiche di chi lavora in ambito educativo e pedagogico.

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Il primo punto che ritengo significativo che si possa e si riesca a ritrovarsi in ambienti neutri/neutrali e comunque lontani dal quotidiano, per elaborare pensieri attorno al “chi siamo” e “come lavoriamo”, mentre nella pratica, questo tempo riflessivo non viene trovato, o tanto meno proposto o percepito come necessità cogente da numerose organizzazioni che si occupano di educazione. La fatica economica diventa una variabile significativa nel cambiamento osservato.

Un secondo punto che scelgo di non trattare riguarda la complessa e controversa tematica del riconoscimento dei titoli, più normativa, economica, e diciamo per semplificazione sindacale che comunque è oggetto di trattazione in molti luoghi.

Mi fermo invece, come terzo punto focale, sulla questione dell’autorappresentazione di ruolo.

La discussione, del gruppo che lavora attorno al convegno, verteva sulla perdita della rappresentazione civile/politica/sociale dell’educazione, letta come dato trasversale e contingente, così come il cambiamento della percezione di una professione una volta era percepita come civile e politica, nel senso nobile di capace di incontrare i bisogni di molti, e di accogliere il cambiamento di molti piuttosto che di uno solo.
Si è nominata anche la fatica a vedere il proprio ruolo educativo (si è parlato sopratutto di educatori) colto come sempre più sconnesso e/o lontano dai cambiamenti del mondo in cui è calato. Si vede la propria utenza ma non il mondo che si muove attorno; un mondo sempre più complesso, non percepito come quinta e scenario del discorso educativo, con le sue norme, leggi, culture che dettano le connessioni con l’educazione.

A ciò aggiungo che l’educazione professionale si è specializzata nel lavoro di contatto con tutte le sacche di disagio, nelle derive prodotte o sistemiche della nostra società; insomma si fa pratica educativa con chi esce dal circuito della normalità, (disabilita’, povertà sociale, minori a rischio, tossicodipendenza, disagio psichico, senza fissa dimora e ancora più di recente migranti e rifugiati), ambiti che nella loro marginalità sono poco visibili.
Lavorare qui è lavorare nell’ombra lunga dei problemi, che spiccano sul tema della professione e lo oscurano, perché diventa necessario stare sulla urgenza e sulla contingenza, nella declinazione pratica del un taglio alle risorse economiche; fino a veder scomparire il tempo per ripensare e rimettere in vista il proprio ruolo.
Il quale invece va rivisto e poi mostrato pubblicamente nel suo sostanziale impatto sociale, forte e strutturale, che risulta però “sfuggente” e calcolabile solo in tempi lunghi.

Educare implica la gestione di un ruolo quasi “liquido”, che lavora spesso su territori indefiniti e non molto visibili (educativa di strada, domiciliare, centri di aggregazione etc) e con utenze sfuggenti, che vanno cercate e non cercano.

Anche questi fattori concorrono a rendere poco nominabile e visibile il proprio ruolo, la sua “potenza” simbolica e strutturale, operativa, culturale, sociale e fenomenologica.
Educare (e praticare pedagogia), fatta esclusione di esclusi i quali lavorano come liberi professionisti e hanno un loro spazio, implica spesso esistere in luoghi predisposti da altri, o per altri; senza una sede visibile che aiuti a vedere se stessi al lavoro o che mostri ad altri “dove” stia il lavoro; l’educazione e la pedagogia sono collocate, nella loro dimensione strutturale, in modo “accessorio” allo spazio della scuola, del carcere, della famiglia, della disabilità, della malattia mentale. La si trova nei corridoi, nelle aule di risulta, nelle strade, nei parchi, di sera, e in orari “poco” lavorativi, nelle notti degli altri.

L’educare non si mostra nel suo essere dato dato aprioristico e fondativo; in quanto ogni frammento di società cresce ed evolve solo su una base di pensiero, attorno alla crescita.

Da qui, e come se ne esce, non è chiaro.

Ma a questo punto risulta necessario che vi sia una pluralità di luoghi dove ritessere un discorso educativo e pedagogico, un confronto sulle varie prospettive, tecniche, scientifiche, culturali, rivendicative, storiche, multidisciplinari che aiutino a rivedere il significato strutturale della propria professione per ricalarla nel quotidiano, mostrandone l’impronta significativa culturale e fondativa.

Siano essi i momenti preziosi di incontro tra Università e operatori del III settore, che spazi generosi e intelligenti sul Web, che aspirano forse tutti ad un incontro di culture e pensieri.

Monica Cristina Massola

Presi nella rete: pescatori o pesci?

Internet è la più grande biblioteca del mondo. È solo che tutti i libri sono sparsi sul pavimento. (John Allen Paulos)

Non saranno né la televisione né Internet a creare disagio ai bambini e agli adolescenti, quanto una certa indisponibilità degli adulti a esserci. (Paolo Crepet)

Tutte le organizzazioni che si occupano di ragazzi e giovani, oggi si interrogano sull’importanza di educare ‘all’utilizzo di internet’.

In pochi però sanno, quando richiedono l’intervento formativo, che è importante educare i ragazzi e le ragazze all’uso del web, ma soprattutto formare gli adulti ad accompagnare i giovani in questa esperienza, fatta di luoghi digitali da imparare ad attraversare e dispositivi tecnologici da imparare ad utilizzare.

Il progetto Presi nella rete, nasce a partire da una richiesta formativa fatta a Metas, nella primavera del 2014, da un’organizzazione di volontariato, un oratorio, con cui la collaborazione era attiva, allora, già da un biennio.

Il progetto è stato realizzato attraverso:

Una serata pubblica per genitori, aperta a tutta la cittadinanza

un laboratorio per adulti attivi nell’organizzazione

tre laboratori con adulti e ragazzi insieme, per ragionare su rischi e potenzialità del web, ma anche per stilare una sorta di vademecum intergenerazionale per la navigazione di internet e l’utilizzo dei dispositivi che la permettono. Il vademecum è stato poi pubblicato, dagli adulti dell’Oratorio, attraverso il giornalino parrocchiale e diffuso nelle case del paese.

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È stato un progetto interessante per Metas, perché ci ha permesso di generare un confronto da laboratorio sociale, tra adulti e giovani, evidenziando le potenzialità e le capacità dei giovani rispetto al web (in grado di ‘fare scuola’ agli adulti), ma anche la necessità della presenza di un presidio adulto che sappia accompagnare i ragazzi e le ragazze in queste esperienze digitali, perché, come per tutte le esperienze da che esiste l’umanità, il senso del presidio educativo è quello di esplorare insieme un contesto, fisico, digitale, simbolico che sia. È non lasciare soli, non lasciarsi soli.

Tutto ciò in real time, lasciando a noi, una volta assettato il dispositivo, la sola conduzione degli incontri, aiutando giovani e adulti a confrontarsi, domandarsi, scegliere, esporre paure e desideri. E noi conduttrici abbiamo compiuto un’opera di mediazione e di risistematizzazione di saperi tecnici ed educativi.

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Ad esperienza conclusa possiamo dire che Presi nella rete sia, innanzitutto, un format adattabile ai diversi contesti in cui adulti e giovani si confrontano su tematiche relative al web e al suo attraversamento.

Abbiamo anche potuto constatare la rilevanza analogica nell’affiancare le esperienze di vita fisica e concreta con quelle digitali: portare coloro che incontriamo in formazione alla radice pedagogica per cui si educa attraverso l’esperienza condivisa, qualsiasi tipologia di esperienza essa sia, permette a coloro che sono in formazione di non spaventarsi davanti al web e ai rischi eventuali che porta con sé, ma di ricentrare la propria capacità di esperire, il bisogno di essere accompagnati nelle esperienze, il valore dell’intergenerazionalità e ciò che per ognuno è importante insegnare, in questo caso, ai più giovani e imparare come adulto. Ma anche mettere a fuoco, per ragazzi e ragazze, il valore adulto del saper ‘fare’ esperienza, anche laddove le competenze tecniche non sono al massimo delle loro possibilità e necessità e chiedere aiuto.

Manuela Fedeli

Per questo progetto, con Metas ha collaborato Alessia Zucchelli, pedagogista esperta di tematiche web in ambienti giovanili.