– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook

#assaltialcielo: dall’educazione alla politica

Il 22 e 23 ottobre in Università degli Studi di Milano – Bicocca è stato realizzato il convegno ‘Assalti al cielo e ritirate strategiche. Sguardi sul lavoro educativo’.

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Chi ci segue sa che Metas ha partecipato, insieme ad altre organizzazioni del Terzo settore, alla costruzione e all’organizzazione di questo evento, voluto dal Prof. Tramma, che è Presidente del CdS in Scienze dell’Educazione.

A questo link potete rintracciare tutte le organizzazioni che hanno collaborato all’impresa

Metas in tutto questo percorso, ricco ed arricchente, ha approfondito la parte della comunicazione. L’intenzione guida è stata quella di evitare una promozione che avesse le sole sembianze di una vetrina per pubblicizzare l’evento, ma che avesse invece il sapore pedagogico della narrazione di un’esperienza, di cui tenere traccia per non disperdere gli insegnamenti possibili e gli elementi da trattenere per continuare a curare tutto ciò che il convegno ha generato: cosa si porta a casa il Terzo settore? Che tesoro può farne l’Università? E quali spazi di dialogo sono stati aperti con tra mondo dei servizi educativi e Politica?

In attesa di decidere, insieme al Prof. Tramma e alle organizzazioni, come continuare a gestire il sito www.assaltialcielo.wordpress.com, rilanciamo da qui le domande che il mondo dell’Educazione professionale ha posto alla Politica. Durante il convegno, infatti, sono stati fatti 4 workshop:

  • Problematicità del lavoro educativo
  • Rapporto tra lavoro educativo, istituzioni e politica
  • Innovazione nel/del lavoro educativo
  • Sguardi sull’educazione dentro e fuori la scuola.

Ogni workshop ha permesso di mettere a fuoco alcune domande da porre ai politici con cui è stata fatta una tavola rotonda.

Riportiamo qui le domande, che è importante non disperdere e che per Metas è importante condividere con tutti i soggetti che ne fossero interessati, per arricchire questo lavoro di nuovi sguardi:

  • Dove va oggi l’educazione professionale dal punto di vista politico?
  • Chi ha una formazione pedagogica e poi entra attivamente in politica, quanto riesce a far comunicare i due ambiti? Cosa dello sguardo pedagogico porta in politica?
  • Le innovazioni in campo educativo vengono finanziate primariamente da fondazioni private oggi. La politica ne è cosciente? Cosa ne pensa?
  • Che percezione hanno i politici di quello che vedono e pensano gli educatori dall’interno dei servizi educativi?
  • Che dizionario comune, tra lavoro educativo e politica, è possibile costruire?
  • Cosa può fare la politica per riconoscere al lavoro educativo un giusto riconoscimento economico, che equivalga al valore sociale che al nostro lavoro viene già riconosciuto
  • Come la politica può promuovere il recupero di un approccio che aiuti la scuola ad aprirsi al territorio?
  • Quanto la politica può promuovere la coprogettazione tra lavoro educativo e scuola?

Verso gli Assalti al Cielo: #innov-azioni?

INTRO

“Mancano 15 giorni al Convegno ‪#‎assaltialcielo‬ di Milano.
La ricchezza del programma per lo spessore dei pensieri in merito allo stato del lavoro educativo attuale, meritano attenzione.
Un’Università e 10 organizzazioni tra cui anche Metas, 31 persone tra gli organizzatori e i relatori per una panoramica articolata che passa da linguaggi, stili e punti di vista differenti sull’ ‪#‎educazione‬ per convergere ad una fotografia che sappia sia restituire un’immagine della ‪#‎complessità‬ che porre delle questioni alle organizzazioni e alla politica.”

(dalla pagina facebook di Metas)

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Eccoci alle fasi finali pre Convegno,  superati i focus group, le mail, le riunioni al volo, e le assemblee plenarie “fatte” per pensare insieme.
Insieme?
Già, se ripercorriamo il nostro viaggio, verso il convegno, forse riusciamo a focalizzare come questo sia stato stato davvero variegato, colorato e imprevisto.
Un viaggio durato circa un anno.
Abbiamo incontrato nelle varie stanze dell’università, che ci accoglievano, una pluralità di attori, che arrivano dal nostro mondo educativo e pedagogico, persone che in genere non frequentiamo; o non frequentiamo in questi spazi o per queste tematiche.
Eravamo a “casa” dell’università con i suoi docenti, gli assegnisti, i dottorandi, con le sue regole e burocrazie, e le sue imprevedibili aperture.
Ci siamo guardati e annusati, nelle differenze e nelle similitudini, tra università e terzo settore, tra istituzioni e singoli, tra esperienze professionali variegate, tra spazi più ufficiali e confronti informali, aule e corridoi, tra speranze e vincoli.

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In effetti, il convegno punta molto sulla correlazione tra vincoli e speranze, per cui la domanda che l’assemblea plenaria ha scelto come titolo è sostanzialmente è questa: “ma noi, un noi plurale che ci vede tutti coinvolti, noi dell’educazione stiamo assaltando il cielo o ci stiamo strategicamente ritirando?”.

Abbiamo lavorato el corso di quest’anno, per pensare insieme, per tratteggiare una struttura di convegno, che riuscisse a dare valore alla differenza e alla pluralità, alle interconnessioni e alle iperconnessioni; che sapesse far riflettere, a partire dalle pratiche professionali individuali, per giungere ad un pensiero collettivo, disomogeneo e ricco. Questo è quanto ci ha accomunato, almeno questo è il mio sentire, anzi è questo il segno che ho scelto di trattenere come Metas.

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INNOVAZIONE

Come Associazione , uno dei nostri fil rouge è lo sguardo al nuovo mondo digitale, che volendo o meno ci troviamo tutti ad attraversare; non foss’altro perché grossa parte dell’informazione, del sapere teorico, dell’economia, della comunicazione viaggia in autostrade digitali. Ci pre-occupiamo di capire come il nuovo mondo (o il nuovo paradigma) ci determina, dove ci conduce, cosa insegna, come impariamo, che segni inscriviamo, come e se i saperi e le professioni educative vengono ridefinite da questo incontro.
Da qui all’essere inserite, nella preparazione del Convegno, nel gruppo che ha esplorato il tema #innovazione, il passo è stato ovvio e breve. Ci siamo trovate di fronte ad una pluralità di soggetti del terzo settore (circa 13/14 soggetti provenienti da altrettante associazioni, cooperative sociali, enti pubblici, o presenti in qualità di liberi professionisti) convocati a raccontare il loro pensiero di #innovazione.

Così abbiamo ulteriormente affinato lo sguardo per cogliere tra le righe di quanto (e dove) ci fosse di interessante attorno al tema #innovazione.

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Una sfida non affatto facile, perché attorno a noi c’è già una tessitura culturale, o una narrazione, che definisce cosa potrebbe/dovrebbe essere, per voi e per noi, #innovazione:
lo fanno i progetti e i bando che la richiedono,
la nominano le politiche e le economie,
lo dice l’incontro con il mondo della multicultiualità, della globalizzazione, della liquidità e del web.

Ci vengono continuamente proposte nuove parole che sembrano ridefinire gli ambiti di operatività, o le nuove sfide educative che siamo chiamati a affrontare (esempio scuola e web/scuola e multiculturalità) o  indicate le nuove azioni che spingono ad una differente gestione dei servizi educativi o di welfare.

Per noi queste parole, definizioni, domande devono cercare un matrimonio, con le prassi educative quotidiane, che ci permettano di individuare le direzioni che stiamo prendendo, di elaborare un sapere condiviso e “raccontabile”, capace di mostrarsi e essere insegnato.
Ma questo, ci pare di poter dire, è parte della mission di questo convegno.

Così non anticipiamo nulla e restiamo in attesa, che sia proprio il tempo del convegno, nelle forme e negli spazi che sono stati costruiti grazie ad un pensiero condiviso, incominci a elaborare un sapere.

Forse già questo convegno, nella sua forma, è figlio della la complessità che il termine #innovazione comporta, o ricerca.

Una innovazione che è data dalla complessità che è stata costruita per pensare insieme, che verrà riattraversata da molti linguaggi, relatori e strutture comunicative:
lezioni frontali, e workshop,
inserti teatrali e presenze radiofoniche,
mostre fotografiche,
connessioni web
relatori dall’università,
confronti con la politica,
presenza e domande del terzo settore,
riflessioni offerte dall’utenza, ovvero di chi fruisce direttamente di servizi e azioni educative.

Così vi rivolgiamo la nostra domanda: è innovativo un incontro complesso tra una pluralità di mondi, che pure ruotando attorno all’atto educativo, di cura e pedagogico, pensa e costruisce reti, genera nuovi pensieri, e li condivide tanto in maniera verticale che orizzontale?

E’ innovativo proporsi di rilanciarli pensati/pensandoli ad un livello più complesso, mentre si tenta di usare una pluralità di linguaggi trasversai che arrivino agli studenti, ai convegnisti, al terzo settore, alla politica, e all’università stessa; e dopo aver creato un luogo (dispositivo) dove sia possibile parlare, ascoltandosi nella reciprocità e nella complessità data dalle differenze?

Per pensarne e saperne di più seguiteci vi racconteremo il convegno anche attraverso Twitter cercate: @assaltialcielo

Monica Cristina Massola

Autorappresentazione del ruolo educativo e pedagogico

L’altro giorno dopo una conversazione svoltasi con alcuni con colleghi delle organizzazioni che compartecipano con l’università degli Studi Milano Bicocca alla preparazione del Convegno “Assalti al Cielo e Ritirate Strategiche”  ho preso alcuni appunti mentali che ho provato a ritradurre, nel corso di una discussione in un gruppo di educatori e pedagogisti, su Facebook. Il Caffè pedagogico è un gruppo Facebook, appena creato e che si sta proponendo come uno dei possibili luoghi intelligenti e social in cui discutere attorno a ruolo, alla professione e alla tematiche tecniche, deontologiche, etiche, scientifiche, paradigmatiche di chi lavora in ambito educativo e pedagogico.

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Il primo punto che ritengo significativo che si possa e si riesca a ritrovarsi in ambienti neutri/neutrali e comunque lontani dal quotidiano, per elaborare pensieri attorno al “chi siamo” e “come lavoriamo”, mentre nella pratica, questo tempo riflessivo non viene trovato, o tanto meno proposto o percepito come necessità cogente da numerose organizzazioni che si occupano di educazione. La fatica economica diventa una variabile significativa nel cambiamento osservato.

Un secondo punto che scelgo di non trattare riguarda la complessa e controversa tematica del riconoscimento dei titoli, più normativa, economica, e diciamo per semplificazione sindacale che comunque è oggetto di trattazione in molti luoghi.

Mi fermo invece, come terzo punto focale, sulla questione dell’autorappresentazione di ruolo.

La discussione, del gruppo che lavora attorno al convegno, verteva sulla perdita della rappresentazione civile/politica/sociale dell’educazione, letta come dato trasversale e contingente, così come il cambiamento della percezione di una professione una volta era percepita come civile e politica, nel senso nobile di capace di incontrare i bisogni di molti, e di accogliere il cambiamento di molti piuttosto che di uno solo.
Si è nominata anche la fatica a vedere il proprio ruolo educativo (si è parlato sopratutto di educatori) colto come sempre più sconnesso e/o lontano dai cambiamenti del mondo in cui è calato. Si vede la propria utenza ma non il mondo che si muove attorno; un mondo sempre più complesso, non percepito come quinta e scenario del discorso educativo, con le sue norme, leggi, culture che dettano le connessioni con l’educazione.

A ciò aggiungo che l’educazione professionale si è specializzata nel lavoro di contatto con tutte le sacche di disagio, nelle derive prodotte o sistemiche della nostra società; insomma si fa pratica educativa con chi esce dal circuito della normalità, (disabilita’, povertà sociale, minori a rischio, tossicodipendenza, disagio psichico, senza fissa dimora e ancora più di recente migranti e rifugiati), ambiti che nella loro marginalità sono poco visibili.
Lavorare qui è lavorare nell’ombra lunga dei problemi, che spiccano sul tema della professione e lo oscurano, perché diventa necessario stare sulla urgenza e sulla contingenza, nella declinazione pratica del un taglio alle risorse economiche; fino a veder scomparire il tempo per ripensare e rimettere in vista il proprio ruolo.
Il quale invece va rivisto e poi mostrato pubblicamente nel suo sostanziale impatto sociale, forte e strutturale, che risulta però “sfuggente” e calcolabile solo in tempi lunghi.

Educare implica la gestione di un ruolo quasi “liquido”, che lavora spesso su territori indefiniti e non molto visibili (educativa di strada, domiciliare, centri di aggregazione etc) e con utenze sfuggenti, che vanno cercate e non cercano.

Anche questi fattori concorrono a rendere poco nominabile e visibile il proprio ruolo, la sua “potenza” simbolica e strutturale, operativa, culturale, sociale e fenomenologica.
Educare (e praticare pedagogia), fatta esclusione di esclusi i quali lavorano come liberi professionisti e hanno un loro spazio, implica spesso esistere in luoghi predisposti da altri, o per altri; senza una sede visibile che aiuti a vedere se stessi al lavoro o che mostri ad altri “dove” stia il lavoro; l’educazione e la pedagogia sono collocate, nella loro dimensione strutturale, in modo “accessorio” allo spazio della scuola, del carcere, della famiglia, della disabilità, della malattia mentale. La si trova nei corridoi, nelle aule di risulta, nelle strade, nei parchi, di sera, e in orari “poco” lavorativi, nelle notti degli altri.

L’educare non si mostra nel suo essere dato dato aprioristico e fondativo; in quanto ogni frammento di società cresce ed evolve solo su una base di pensiero, attorno alla crescita.

Da qui, e come se ne esce, non è chiaro.

Ma a questo punto risulta necessario che vi sia una pluralità di luoghi dove ritessere un discorso educativo e pedagogico, un confronto sulle varie prospettive, tecniche, scientifiche, culturali, rivendicative, storiche, multidisciplinari che aiutino a rivedere il significato strutturale della propria professione per ricalarla nel quotidiano, mostrandone l’impronta significativa culturale e fondativa.

Siano essi i momenti preziosi di incontro tra Università e operatori del III settore, che spazi generosi e intelligenti sul Web, che aspirano forse tutti ad un incontro di culture e pensieri.

Monica Cristina Massola

Presi nella rete: pescatori o pesci?

Internet è la più grande biblioteca del mondo. È solo che tutti i libri sono sparsi sul pavimento. (John Allen Paulos)

Non saranno né la televisione né Internet a creare disagio ai bambini e agli adolescenti, quanto una certa indisponibilità degli adulti a esserci. (Paolo Crepet)

Tutte le organizzazioni che si occupano di ragazzi e giovani, oggi si interrogano sull’importanza di educare ‘all’utilizzo di internet’.

In pochi però sanno, quando richiedono l’intervento formativo, che è importante educare i ragazzi e le ragazze all’uso del web, ma soprattutto formare gli adulti ad accompagnare i giovani in questa esperienza, fatta di luoghi digitali da imparare ad attraversare e dispositivi tecnologici da imparare ad utilizzare.

Il progetto Presi nella rete, nasce a partire da una richiesta formativa fatta a Metas, nella primavera del 2014, da un’organizzazione di volontariato, un oratorio, con cui la collaborazione era attiva, allora, già da un biennio.

Il progetto è stato realizzato attraverso:

Una serata pubblica per genitori, aperta a tutta la cittadinanza

un laboratorio per adulti attivi nell’organizzazione

tre laboratori con adulti e ragazzi insieme, per ragionare su rischi e potenzialità del web, ma anche per stilare una sorta di vademecum intergenerazionale per la navigazione di internet e l’utilizzo dei dispositivi che la permettono. Il vademecum è stato poi pubblicato, dagli adulti dell’Oratorio, attraverso il giornalino parrocchiale e diffuso nelle case del paese.

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È stato un progetto interessante per Metas, perché ci ha permesso di generare un confronto da laboratorio sociale, tra adulti e giovani, evidenziando le potenzialità e le capacità dei giovani rispetto al web (in grado di ‘fare scuola’ agli adulti), ma anche la necessità della presenza di un presidio adulto che sappia accompagnare i ragazzi e le ragazze in queste esperienze digitali, perché, come per tutte le esperienze da che esiste l’umanità, il senso del presidio educativo è quello di esplorare insieme un contesto, fisico, digitale, simbolico che sia. È non lasciare soli, non lasciarsi soli.

Tutto ciò in real time, lasciando a noi, una volta assettato il dispositivo, la sola conduzione degli incontri, aiutando giovani e adulti a confrontarsi, domandarsi, scegliere, esporre paure e desideri. E noi conduttrici abbiamo compiuto un’opera di mediazione e di risistematizzazione di saperi tecnici ed educativi.

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Ad esperienza conclusa possiamo dire che Presi nella rete sia, innanzitutto, un format adattabile ai diversi contesti in cui adulti e giovani si confrontano su tematiche relative al web e al suo attraversamento.

Abbiamo anche potuto constatare la rilevanza analogica nell’affiancare le esperienze di vita fisica e concreta con quelle digitali: portare coloro che incontriamo in formazione alla radice pedagogica per cui si educa attraverso l’esperienza condivisa, qualsiasi tipologia di esperienza essa sia, permette a coloro che sono in formazione di non spaventarsi davanti al web e ai rischi eventuali che porta con sé, ma di ricentrare la propria capacità di esperire, il bisogno di essere accompagnati nelle esperienze, il valore dell’intergenerazionalità e ciò che per ognuno è importante insegnare, in questo caso, ai più giovani e imparare come adulto. Ma anche mettere a fuoco, per ragazzi e ragazze, il valore adulto del saper ‘fare’ esperienza, anche laddove le competenze tecniche non sono al massimo delle loro possibilità e necessità e chiedere aiuto.

Manuela Fedeli

Per questo progetto, con Metas ha collaborato Alessia Zucchelli, pedagogista esperta di tematiche web in ambienti giovanili.

Educazione: Narrazione vs Efficacia

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Perché scrivere di Educazione è un tema che ho già trattato qualche mese fa qui

Ora mi interessa soffermare l’attenzione su un altro aspetto: che rapporto c’è tra narrazione ed efficacia delle pratiche educative?

Uno degli assiomi fondativi per l’educazione professionale è l’importanza della narrazione di ciò che accade.

Questo aspetto viene ritenuto importante perché quando si narra si assolve ad una duplice funzione: a quella autoformativa per chi scrive se ne affianca una formativa che permette, anche a chi legge, di poter comprendere, analizzare, sviscerare, rileggere, fare un lavoro di meta-pensiero attorno ai concetti e alle pratiche descritte.

Mi viene allora da pensare che la scrittura di ciò che accade dentro i servizi educativi ha una grandissima possibilità: il web sta ancora una volta mostrando che la narrazione è importante perché narrare permette a chi non era in scena di comprendere ciò che accade, permette di sentirsi parte, permette di riconoscersi nelle parole, nelle immagini che i racconti scaturiscono.

Affianco allo storytelling che tante aziende attuano perché è “L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva” – Andrea Fontana, l’educazione professionale può, anzi, deve mostrare uno scarto: non narro per persuaderti ma narro perché ciò serve a comprendere. I

servizi educativi fanno fatica ad assolvere a questa funzione. Ma non è così veramente possibile raccontarsi restituendo alla comunità almeno l’idea di ciò per cui si è pagati con (per la stragrande maggioranza delle situazioni) soldi pubblici?

Se l’efficacia è definita come “la capacità di raggiungere un determinato obiettivo” – diz. Albanesi narrarsi permette di tracciare il percorso, di far vedere le complesse curve, le salite e le discese, della strada che si sta affrontando, a volte permette di mostrare paesaggi inediti.

Reportage fotografici fatti di immagini e parole degli operatori, degli utenti, dei partners che vogliono, giustamente capire. Tutta questa narrazione può permettere di rendere evidenti e pubbliche le sfaccettature dell’educazione professionale spesso difficilmente mostrabili in diretta, mentre accadono.

L’efficacia dunque richiesta da parte dei committenti e della cittadinanza è, secondo me, la deriva che si è presa per cercare di capire quello che accade nei servizi e nei progetti educativi. Forse è possibile, e maggiormente interessante, mostrare passo passo ciò che si fa, senza “denudarsi”, ma permettendo a chi legge di comprendere meglio le azioni di cura, le strategie educative scelte intenzionalmente e il valore che ha quell’intervento.

A seguito di un massiccio uso intelligente della narrazione, forse la smetteranno di chiederci di essere più efficaci e ci chiederanno di raccontar loro delle storie che li rendano partecipi. E noi di storie ne abbiamo da vendere.

Anna Gatti

(questo post è apparso una prima volta sul blog  http://edieducazione.blogspot.it il 17/03/2015)

Da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online >> qui tutte le info del prossimo appuntamento di Novembre 2016 a Firenze>>Educatori Digitali in Bottega

Produrre sogni è un valore

 

 

 

sogni

Sabato 13 settembre. Una giornata da me attesa. Assoetica mi ha invitata a partecipare come uditrice alla giornata d’aula del corso di Alta formazione La direzione e la revisione etica, che organizza ogni anno per i manager delle aziende italiane.

Ero curiosa. Molto curiosa. Come consulente pedagogica abituata a lavorare nel Terzo settore e con le famiglie, immaginavo di ritrovarmi in una situazione per me inusuale, caratterizzata da linguaggi di cui non ho esperienza. La sorpresa invece è stata grande. In quell’aula, della Blend Tower di Milano, mi sono ritrovata a casa.

La mattinata è stata all’insegna della Filosofia digitale, argomentata da O.Longo, con le capacità magistrali che lo contraddistinguono. Ingegnere, Matematico, Scrittore di narrativa, poesie, sceneggiature teatrali. Lo avevo già conosciuto, a marzo in occasione di un Convegno a Biella in cui si trattava del valore della narrazione per le professioni sanitarie. Mi aveva emozionata centrando il suo contributo sul senso della narrazione, capace di “fregare la morte”, perché è tramite le “parole che parliamo” e che parlano di noi che possiamo dirci vivi davvero.
E lui sa usare benissimo le parole. Sabato mi ha tenuta incantata per più di due ore, accompagnandomi attraverso la Meccanica quantistica e la forza mitopoietica della Tecnica. Chi mi conosce può ora sorridere incredulo. Io mi definisco spesso una persona discalculica non certificata. Ho un brutto rapporto con la matematica e non ho mai incontrato professori capaci di trasmettermi il fascino di numeri e calcoli, verso cui attuo una resistenza ai limiti del concepibile. Bene, sabato, grazie a Longo, ho imparato addirittura il valore degli automi cellulari. Ma non solo. Abbiamo ragionato intorno a tematiche filosofiche che invece mi appartengono molto: la specie umana attualmente si ritrova nello stadio evolutivo definibile Homo technologicus, perché siamo caratterizzati da un’evoluzione biotecnologica a partire dal fatto che la nostra stessa esistenza è caratterizzata dalla presenza di artefatti, di cui il computer è il protagonista indiscusso. La deriva di questa linea evolutiva potrebbe essere che nei prossimi decenni, la nostra componente organica potrebbe risultarci di impaccio.

E quali ricadute etiche ha tutto questo? Esiste un limite da imporre allo sviluppo tecnologico? E se sì, perché? Quali forme d’etica e quali responsabilità decidiamo di assumerci nell’Epoca del Post-Umano?

Ciò che a mio parere rimane invariato nella scala evolutiva che separa l’Homo sapiens da quello technologicus, è il bisogno di socialità. Rimaniamo “animali sociali” come Aristotele ha narrato a suo tempo ed ora questo nostro bisogno viene supportato dalle strutture dell’intelligenza connettiva. Noi siamo esseri sociali perché connessi anche e soprattutto attraverso il Web.

Il pomeriggio abbiamo invece incontrato S. Di Giorgi, formatore, consulente, critico cinematografico freelance. Con lui abbiamo ragionato su La responsabilità dello sguardo ed è stato molto interessante ritrovare nel mestiere del regista, una competenza caratteristica del pedagogico: è imparando a guardare e ad analizzare il girato che si realizza un film e, così come un film, anche il film della vita di ognuno di noi. È imparando a guardare con attenzione i processi delle interazioni sociali nostre e altrui che possiamo influire sulla loro la rotta e la loro qualità, perché come ha detto anche Padre Casalone, in occasione di una docenza per Assoetica anni fa: ”Una volta che qualcuno entra nel tuo orizzonte di sguardo, non puoi fingere di non averlo visto”.

Non voglio tediare i lettori rispetto a ciò che mi sono portata a casa da questa giornata d’aula, nelle mie vesti professionali di esperta di processi formativi. Credo sia importante invece sfogliare il mio stupore e mostrarvelo: Assoetica forma  figure manageriali…in questo modo. Mi pare incredibile. Ma così non è. Da 12 anni, forma i vertici delle aziende aprendo loro lo sguardo sull’Umanità. Non ho avuto un’allucinazione!

E vi spiego l’origine del mio stupore. Io attraverso tutti i giorni le fatiche compiute dalle cooperative sociali che lavorano per costruire possibilità di vita migliori per i cittadini e che, per sopravvivere, sono costrette a inventarsi l’impossibile in termini di sostenibilità economica dell’impresa. Ciò che i fatti politici narrano (non le parole dei politici, ma le scelte concrete che poi attuano al di là di quello che predicano) è che spendere tempo e risorse per migliorare le condizioni dei propri cittadini non ha valore. Lo Stato taglia e le cooperative sociali, e gli educatori professionali, i coordinatori e i consulenti che vi operano, lavorano in condizioni assurde, al confine del lecito definito dal Diritto del lavoro. E questo non solo in tempo di crisi. Sempre!

Le imprese profit oggi non navigano nell’oro, ma vorrei organizzare un tour nel Terzo settore per soli manager aziendali per far loro testare con mano le condizioni difficili in cui versano coloro che ogni giorno lavorano per educare i loro figli dentro e fuori la scuola, o per accompagnare i loro parenti anziani, perché le cooperative sociali non si occupano solo di persone disagiate, ma di tutti.  Ovvio che automatico venga da pensare che sia un’ingiustizia che chi produce soldi o prodotti materiali versi in condizioni lavorative migliori di chi si occupa anche di loro e dei loro familiari.

Ma farsi sopraffare dal senso di ingiustizia ha le gambe corte. E magari è anche giunto il momento in cui evitare di invidiare l’erba del vicino per capire come agire.

Assoetica lo fa. Non demonizza il mondo aziendale, ma vuole contribuire a migliorarlo interrogando le persone che lo popolano. A chi lavora in azienda ricorda l’importanza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Perché la possibilità di scelta è dell’Umano, nessuno risparmiato e nessun’alibi nel delegare all’Organizzazione responsabilità che sono del singolo. Un dovere di ognuno prima ancora che un diritto ed è questo il valore etico valido in ogni ambito collettivo.

Ho pensato a mio padre che, ormai in pensione, ha lavorato in azienda con incarichi di grande responsabilità organizzativa. La sera, distrutto, rincasava e raccontava della fatica quotidiana compiuta per non dimenticarsi di agire in modo tale da poter guardare in faccia sua moglie e le sue figlie fiero, perché consapevole di aver rispettato i propri valori e di non aver ceduto alle tentazioni della comodità e delle strade più facili. Un monito, quello del “Restiamo umani” che da sempre echeggia nelle mie orecchie.

L’incontro con Assoetica ha consolidato una mia convinzione: il Terzo settore, per risorgere dalle ceneri, non deve assumere le modalità di gestione aziendali, perché  le imprese sociali sono un valore per la nostra società.  Rappresentano laboratori di produzione di pensiero collettivo, dove le decisioni imprenditoriali vengono prese dall’Assemblea dei soci, e non solo dai vertici dirigenziali, ed esportano questo paradigma culturale  nei territori in cui operano, educando ad andare oltre  l’assistenzialismo, per imparare  a generare comunità competenti. E perché non imparare a farlo collaborando anche con il mondo aziendale, invece che rinnegarlo?
Mi piace pensare che questo sia possibile. Le strade, lo so, sono tutte da costruire e forse per molti di voi questo mio desiderio può essere riposto, senza nemmeno troppi scrupoli, nell’archivio ‘Sogni impossibili di una donna utopica’. Va bene.  E sapete perché? Bruno Bonsignore, presidente di Assoetica e di professione grande pubblicitario, mi ha ricordato che dobbiamo essere produttori di sogni.

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato su www.assoetica.it

Pedagogia e organizzazioni aziendali

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Viviamo immersi nei sistemi organizzativi. Inutile che vi elenchi scuole, ospedali, imprese lavorative, sistemi di compra e vendita, carceri, partiti, Chiese, servizi.  E poi quelle informali: famiglia, gruppi di amici, di volontariato, Oratori, movimenti partitici, luoghi dello sport, della cultura, del benessere e del tempo libero. Insomma, grandi categorie dentro le quali ognuno di noi, quotidianamente, è immerso.

Da tempo, soprattutto con due colleghe Monica Massola e Anna Gatti, stiamo riflettendo intorno a ciò che il pedagogico può e deve dire alle Organizzazioni. La pedagogia, infatti, veicola saperi che ancora ad oggi rimangono nel sommerso. Un sommerso che non è mentale, inconscio, ma estremamente materiale, corporeo e organizzato.

Quando qualcuno mi chiede cosa io faccia di lavoro, sentendomi pronunciare la parola “pedagogista”, la risposta più frequente che fa da eco alle mie spiegazioni si riferisce al fatto che io lavori con i bambini e magari anche con i genitori. Vero, verissimo. Ma non solo. Chi si occupa di pedagogia, infatti, si interfaccia con persone di qualunque età (bambini compresi) e in qualunque ruolo sociale (genitori compresi). Ciò che però il pedagogico guarda e pone sotto la lente di ingrandimento, non sono le persone, ma i processi educativi nei quali queste sono immerse, riferendosi ai contesti di vita di volta in volta da loro frequentati (famiglie, servizi educativi scolastici ed extra-scolastici, luoghi di socializzazione e di compito generici).

Ciò che ancora deve prendere piede in campo pedagogico è la possibilità di sondare, conoscere, analizzare, potremmo dire anche scandagliare, i contesti aziendali. Anch’essi sono luoghi di compito e di socializzazione. Anch’essi sono luoghi organizzativi in cui diversi ruoli sociali si interfacciano con compiti precisi, costruendo esperienze in cui, le persone che li attraversano, imparano qualcosa su di sé  e sull’Altro da sé, in rapporto con il lavoro, la professione, gli obiettivi da raggiungere, i prodotti da creare, manutenere, offrire.

Non c’è da stupirsi dunque, se la pedagogia ha qualcosa da dire anche in questo campo. C’è forse anzi da stupirsi del contrario. Come è possibile che, ancora ad oggi, il pedagogico non si sia legittimato lo sbarco in questi territori?

Mi potrete dire che mi sbaglio, che anche nelle aziende si parla di Formazione. Esiste poi tutto il capitolo di scelta e selezione del personale e gestione delle risorse umane, che io, più propriamente, definirei di orientamento e ri-orientamento organizzativo e professionale. Vero. Ma non è detto che tutto ciò avvenga in un’ottica pedagogica. Anzi, per la mia esperienza, ne sono sicura.

Questo perché, nonostante siano esistiti e probabilmente esistano tuttora, corsi di laurea in Scienze dell’educazione, ad indirizzo Formatori dei sistemi aziendali, la qualità pedagogica di queste professionalità aziendali non ha mai trovato legittimazione. Sistemi di potere, di conoscenza e professionali, avversi? Può essere. La causa principale che io intravedo però, mi dispiace per me e per tutti i miei colleghi, si rifà alla poca temerarietà teorica di chi lavora nel pedagogico. Aspetto che se affiancato alle derive morali che da sempre l’Educazione porta con sé (“facciamo del bene”, “aiutiamo gli altri”) ha allontanato di netto il sapere pedagogico da ogni ambito pur lontanamente aziendale perché basato e motivato dal profitto.

Per me questo è un grosso errore. A cui fa compagnia una scarsa conoscenza epistemologica della scienza pedagogica per cui mi pare sia ancora necessario ribadire con forza che per aiutare gli altri, non serve una scienza di appoggio. Per aiutare gli altri, per far del bene, serve aver tempo a disposizione e buon cuore, guarda caso caratteristiche afferenti all’ambito del volontariato e non di qualche professione. Dopodiché, molte professioni e mestieri hanno come effetto collaterale il fare del bene. Anche un elettricista che sistema guasti nelle abitazioni, o negli ospedali, fa del bene collateralmente, aiuta. Ma nessuno dice che il suo lavoro consiste nell’aiutare gli altri.

Il sapere pedagogico si sostanzia nel governo di processi educativi, attraverso la gestione di setting in cui c’è chi ha la responsabilità di ruolo di insegnare e chi si ritrova nel ruolo di colui o colei che impara. Anche nelle aziende c’è chi insegna e chi impara. Nei corsi di formazione, ma non solo. Esistono ruoli predisposti, per definizione organizzativa e per esperienza lavorativa maggiore, a mostrare le pratiche del mestiere e permettere ai sottoposti, o a chi svolge mansioni differenti, di imparare qualcosa di nuovo, arricchendo la propria professionalità. Arricchimento che, tra l’altro, non è solo di chi impara, ma anche di chi insegna. E questo accade durante la pratica lavorativa quotidiana, senza che il tempo produttivo si fermi in qualche aula formativa.

Non c’è dunque una ragione vera ed epistemologica per cui il pedagogico non possa entrare in ambito aziendale. E, come ci ha insegnato a dire Mel Brooks: si può fare!

Manuela Fedeli.

Questo articolo è stato pubblicato in data 21 agosto 2014, su www.nessipedagogici.blogspot.it

perché scrivere di Educazione?

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Esistono storie che non riescono ad essere viste perché si chiudono nella relazione tra educatore e utente, tra Maria e Nadia, tra un adulto che sa che cosa sta facendo ed un utente che ha bisogno di quel sapere che trasforma un gesto in cura, che trasforma un azione casuale in un pensiero e lo inserisce in un progetto.

ma spesso il sapere si ferma in quell’azione, in quel gesto.

il sapere studiato, conosciuto  e pensato, il sapere di un gesto che cura, che si occupa di altri riesce a connettere situazione e bisogni differenti e a trovare nuovi modi per far stare bene le persone che abitano quel contesto, quella casa, quel territorio, quella scuola.

Il sapere educativo che parla di come da un pensiero e da un progetto scritto si riescano a realizzare buone pratiche educative che siano azioni dirette con l’utenza o buone pratiche di coordinamento di un’équipe, di pensiero ed innovazione attorno ad un determinato fuoco, oggetto intenzionale, mandato della committenza, è pane quotidiano nei servizi educativi che incrocio.

Le buone prassi educative e il sapere pedagogico sono importanti per la società perché è la parte professionale che si cura delle persone: è la declinazione pratica dei servizi che hanno come mandato il creare contesti per una crescita favorevole dei soggetti della società.

eppure, tutto ciò fatica ad essere mostrato da chi se ne occupa alla società.

esistono relazioni alla committenza, relazioni per il tribunale che segue il minore, incontri con le famiglie dell’utente e via dicendo. 

manca a mio avviso il “ritorno” alla società che sui servizi investe. perché i servizi sono pagati con contributi pubblici, per la maggior parte, almeno.

per me si apre dunque una sfida (come mi ha rimandato Michaela Matichecchia): narrare sul web, trovando luoghi e tempi, modi e parole è un’opportunità perché il sapere di ciò che si insegna e si impara diventi un bene collettivo, della comunità, della società?

è possibile narrare ciò che gli educatori e i pedagogisti immettono con le loro pratiche quotidiane al “servizio” della comunità? è possibile mostrare ciò che gli utenti dei servizi apprendono e insegnano a loro volta?

secondo me si. 

è uno sforzo, sicuramente, perché non si è abituati, non si è neppure formati per farlo.

ma credo che la posta in gioco sia alta perché mancando sul web. e se non ci si è, si rischia di rimanere impigliati nella relazione diretta del servizio.

il web non è il mondo, d’accordo, ma è una finestra. e se una casa non ha finestre, e neppure porte, è una costruzione inutile.

il web è, a mio avviso, una possibilità “a bassa soglia” per potersi mostrare e per poter dar valore, attraverso la narrazione, alle tante storie di cura che abitano la nostra società, mettendo in luce un sapere che fa fatica ad arrivare nei testi, nei saggi, nelle aule universitarie, nella vita della gente.

ma se penso al fine ultimo della pedagogia 

Pedagogia= pedos- persona in crescita (formativa, non solo anagrafica/bambino) e agoghé- azione (non discorso, da logos, come spesso si confonde). La pedagogia è dunque, letteralmente la scienza dell’azione di/con una persona in crescita formativa, in educazione appunto.  cit. Manuela Fedeli

non possiamo toglierci, fare un passo indietro: occuparsi delle persone in crescita significa occuparci del futuro nostro e delle nostra comunità. e dire che lo facciamo e come lo facciamo è necessario per poter progredire come individui e come società. e farlo sul web è una delle possibilità.

volete tirarvi indietro?

Anna Gatti

 

(questo post è stato pubblicato per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 7/08/2014)

Circolarità comunicativa: là dove può stare l’Educazione

09-Comunicazione

Le storie fanno parte della vita di ogni giorno: siamo sottoposti quotidianamente a migliaia di stimoli narrativi da parte delle agenzie narrative (televisione, videogiochi, cronaca, ecc…). Le storie, se usate consapevolmente, possono diventare degli straordinari strumenti per mettere ordine e dare un senso alle esperienze, per immaginare il futuro e gestire le scelte, per costruire la propria identità e quella dei gruppi di cui facciamo parte. Le storie sono uno strumento per lo sviluppo delle persone, per l’assunzione di potere e controllo (empowerment) sulla propria vita e sulle proprie scelte.” F. Batini, S. Giusti, Le storie siamo noi.

Mi piace iniziare con questa considerazione. Noi siamo fatti delle storie che viviamo, per come le raccontiamo o ci vengono raccontate. A quanti di voi è capitato, a me un milione di volte, di raccontare una propria esperienza e poi portarsi con sé, nei ricordi, più il racconto che ne abbiamo fatto che non i fatti per come sono realmente accaduti? Chiaro, come in tutto, anche in questo ci può essere una deriva patologica, che però non è interessante ora e non interessa a me. Storie d’amore terminano e spesso i due protagonisti hanno memorie differenti di ciò che hanno vissuto e paradossalmente condiviso. Lo stesso accade quando si racconta di un corso di formazione, di un accadimento lavorativo. In generale ce ne accorgiamo ogni volta che raccontiamo la nostra versione dei fatti a terzi, in presenza di persone che sono state testimoni della “nostra” esperienza. Pongo le virgolette al pronome possessivo perché non è un caso che le esperienze siano connotate da caratteri neutrali. Ciò che le tinge di sfumature particolari, è il modo in cui ognuno di noi le vive e le colora.

Quando raccontiamo, compiamo forti selezioni degli accadimenti reali, anche senza volerlo e nemmeno senza dover avere particolari abilità comunicative. Se gli esseri umani sono l’unica specie ad oggi vivente, e conosciuta, che necessita di rappresentarsi ciò che accade nel Mondo, a maggior ragione questo bisogno diventa stringente quando si vive qualcosa in prima persona. “Non puoi sapere come sia andata veramente! Sono io che l’ho vissuta! Io so come è andata!”. È questa una sacrosanta verità, che però rimane incompleta se lasciata a se stessa. La nostra vita è il risultato dell’incontro tra le storie che “ci” raccontiamo con quelle che, di noi e del Mondo, ci raccontano gli altri. Un esempio su tutti, banale forse, ma preciso: quanti ragazzi e ragazze crescono convinti di non essere bravi a disegnare perché “Me l’han sempre detto di non essere buono/a…”. Poi capita, e io ne ho le prove, che gli stessi ragazzi e ragazze cimentandosi, per chissà quali convergenze astrali, nella stessa attività da più grandi, scoprano di avere capacità inaspettate. Quello che gli altri, soprattutto se sono persone affettivamente significative, ci raccontano di noi, ci fanno diventare quel che siamo.

La narrazione delle storie ha molto a che fare quindi con i processi educativi. Tutti noi tendenzialmente viviamo un giorno dopo l’altro e, presi dai mille impegni, difficilmente troviamo il tempo per mettere a fuoco la nostra vita. Il risultato è che, se non riusciamo ad allenare la nostra consapevolezza, abbiamo la forte sensazione che il Mondo vada avanti anche senza di noi, che le cose capitino perché così deve essere, che ci sono cose impossibili da governare. E per certi versi è vero. Per fortuna non possiamo controllare tutto. Se così fosse avremmo una triste vita senza sorprese. Ma allenare la consapevolezza vuol dire trovare quel giusto mezzo tra ciò-che-posso e ciò-che-capita.

L’Educazione è l’allenatore in questo gioco. Insegna a mettere a fuoco ciò che abbiamo imparato dalle esperienze che abbiamo vissuto. Ma non solo. Basandosi necessariamente sull’interazione tra due o più individui, permette di raccontarle e raccontarcele, trasforma le esperienze in storie da leggere e rileggere, per far sì che la vita di ognuno possa diventare un libro compiuto, per come ai protagonisti piace. E, se piace (questo è un must dei percorsi di Orientamento), vuol dire che ci appartiene, che è una storia capace di far vibrare le nostre corde e ci permette di comporre nuove parti della colonna sonora dei nostri giorni.

So che l’ambiguità è dietro la porta in questo discorso. Un errore enorme, da parte degli educatori, sarebbe quello di contribuire a inventare storie su di sé, allontanando le persone dal dato di realtà. Questa è una deriva pericolosa che è fondamentale aver sempre ben presente. Lo spettacolo però inizia quando, a partire dai dati di realtà, una persona riesce a costruirsi una storia di sé che le appartenga, imparando a non trascurare le pagine oscure della propria esistenza, a godere di quelle colorate, per poi continuare a scrivere di sé,con tutti gli incontri e le esperienze che compie vivendo.

E c’è poi un importante distinguo da sottolineare. Raccontare storie è differente dal raccontarsele, perché questa seconda declinazione può indicare sia la necessità di raccontarsi storie per rassicurarsi, ma anche il bisogno di allontanare la “verità” dei fatti, perché ci fa male, non riusciamo a sostenerla. Raccontare le nostre storie a qualcuno, invece, ci pone in un percorso di autoconsapevolezza crescente. Ed è qui che trova spazio l’Educazione. Chi ci ascolta può infatti aiutarci a ri-guardare l’esperienza che narriamo, cogliendo, attraverso un’intenzionalità pedagogica, i ruoli che abbiamo rivestito in quella storia, dandoci la possibilità di scegliere nuovamente quei ruoli, in date situazioni o provare a giocarne altri.

Sfogliare le esperienze vissute, con chi di professione ha il compito di individuare gli scarti di apprendimento possibili, fa sì che anche a posteriori una persona possa mettere a fuoco capacità, competenze, interessi, strategie di azione e di interazione. Un bagaglio di autoconsapevolezze con cui è possibile continuare a vivere con maggior sicurezza e intenzionalità. Lo stesso avviene mentre viviamo un’esperienza nel presente e un educatore ci accompagna ad attraversarla mostrandoci nella contemporaneità dei fatti quello che stiamo imparando.

Esiste poi un secondo livello. Quello che ci permette una narrazione scritta. Porci con carta e penna, o sulla tastiera, per trascrivere una nostra esperienza è un’azione che dischiude svariate possibilità.
Si può scrivere per se stessi, compiendo una autoriflessione. Si può scrivere su foglietti volanti, diari, riempire file che rimarranno nei nostri dispositivi informatici, a mo’ di autobiografia, ma anche per aneddoti e con l’intenzione di conoscerci meglio.
Si può scrivere per altri, che leggeranno le nostre parole, quali interlocutori legittimi e attivi capaci di darci rimandi su ciò che decidiamo condividere.

Scrivere per altri è un’esperienza che in-segna. Nel momento in cui buttiamo giù pensieri sapendo che qualcun’altro li leggerà, facciamo lo sforzo di rendere comprensibile, leggibile appunto, quell’esperienza. In questo processo, automaticamente, la stessa esperienza si rende più chiara anche per noi. Ci soffermiamo sui particolari, perché siano chiari per chi li leggerà. Ne scopriamo di nuovi. La stessa esperienza si arricchisce, si svelano pieghe di cui prima non conoscevamo l’esistenza. S-piegare a qualcuno indica proprio l’atto di scandagliare le pieghe e dare uniformità alla tela già tessuta.

Esiste anche un terzo livello di rielaborazione. Cosa imparo a narrare di me e delle mie esperienze? E cosa vuol dire imparare a narrare un’esperienza educativa o che parli di Educazione? e scrivere su web implica variazioni?

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 su www.nessipedagogici.blogspot.it