Narrazione educativa

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Lavorando da tanti anni nella cooperazione sociale ciò che percepisco come molto evidente è la difficoltà di riuscire a raccontare ciò che si fa.

Progetti bellissimi, risultati ottimi, sperimentazioni originali e molto interessanti. 

Tutto però rimane nel patrimonio di chi c’è: degli utenti e degli operatori, al massimo dell’organizzazione da cui nasce. Difficilmente il mondo attorno sa ciò che si sta facendo.

Si da spesso colpa al tempo che manca, alle risorse insufficienti per il pensiero che accompagna la pratica.

Senza pensiero però il binomio circolare “prassi-teoria-prassi” che permette di partire da un progetto ideale, attivare delle pratiche e poi valutare i risultati per poter riprogettare e modificare, implementare, migliorare la pratica, va un po’ a pallino.

Non dappertutto è così chiaramente.

Quella che invece è, in modo desolato, abbandonata da tutti è la comunicazione sul web degli apprendimenti, dei risultati, dei processi in corso nei servizi e nelle organizzazioni.

Non c’è traccia.

Sapendo quanto il web sta occupando la nostra vita quotidiana, quanto ci permette di imparare del mondo, quanto incide sul nostro modo di vedere il mondo, i servizi sociali ed educativi rischiano di rimanere solo aderenti ad un azione, ad un servizio che “serve”, alla concretezza di mani che sostengono, della pazienza che accompagna, della condivisione che supporta.

Un servizio educativo, e a maggior ragione le organizzazioni che se ne occupano, ha invece il compito di produrre pensiero e sapere attorno a ciò che fa.

Credo che il bisogno di essere dunque visibile sul web sia necessario.

e fattibile.

Di storie da raccontare ce ne sono tantissime.

Di sapere educativo e pedagogico, anche.

Serve fonderle con il linguaggio e con i luoghi del web per poterlo rendere nuovamente fruibile, pubblico e generativo. 

Anna Gatti
(questo post è apparso per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 14/07/2014)
da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online. la prossima edizione si terrà a Firenze il 19 e 20 novembre 2016 >> qui tutte le info Educatori Digitali in Bottega

Connessioni attorno al corpo

(Questo articolo  è già apparso su Ponti e Derive filo 25 marzo 2015 con il titolo”Prove di connessione #corpo4″)

Come Metas e con Vania Rigoni de La bottega della pedagogista, ormai abbiamo una frequentazione quotidiana fatta di incontri via web (WhatsApp Facebook, blog), iniziata quasi un anno fa e si è concretizzata in un paio di incontri materiali a Milano e Firenze, che hanno permesso di costruire un setting professionale in cui progettare, scambiarci file testi, riflettere e confrontarci sulla dimensione che ci è più comune e propria: l’educazione e la pedagogia.

Da lì quasi per caso abbiamo creato un contenitore virtuale e nutriente che nel tempo ci ha permesso di farci una sorta di una supervisione peer to peer, di costruire una notevole connettività di idee, istanti di automutuoaiuto, e esplorare spazio dove incontrarsi “pensanti”, e pronte a scambiare idee prima di reimmetterci nel mondo quotidiano, fatto di lavoro e vita personale.
Ieri in un momento di pensiero ieri abbiamo focalizzato il nesso forte, che ci permette di procedere, oltre al tema comune della pedagogia, un nesso che passa dal corpo,
I messaggi registrati di WhatsApp, con cui condividiamo spesso parole e pensieri, veicolano le emozioni, con le sfumature del tono della voce, le attese, e i pensieri narrati. Il condimento delle nostre conversazioni (e interazioni) si fa con domande tecniche e spaccati personali, che raccontano del nostro essere donne nella quotidianità familiare/affettiva e professionale.

Spesso il corpo si fa mezzo e modo di interagire al mondo, e appare tra le parole. Tutte ri-conosciamo la centralità del corpo nelle nostre narrazioni, fatta di un corpo che è e che sente, che si emoziona e ci crea emozioni, agisce con intenzione, genera comunica, dentro e parole, oltre alle parole, costruendosi e presentificandosi nel linguaggio e nella scrittura. E’ il corpo delle passioni e si riempie dei diversi linguaggi tecnici e personali, e poi anche dello stress e della fretta, delle fatiche e delle ferite, delle riuscite e della felicità improvvise.

Il nostro corpo che ci contiene e ci permette.

Il corpo che siamo e che si pensa mentre agiamo, costruendo i ponti di senso, e il senso delle relazioni, dando spessore e ritmo, tridimensionalità ad uno strumento (pc e smartphone) altrimenti neutro e non vivo.

Inoltre la nostra plurima interazione, riflette il personale e lo differenzia dal professionale, e mostra la presenza del corpo, oltre che del pensiero e della parola; obbligando a trattenerci sulla soglia e ad osservare e rimandare, negli scambi, dove ci posizioniamo e collochiamo quando ci confrontiamo con l’altro (le altre in questo caso). Come parliamo, dove ci collochiamo in uno spazio ideale, che tempi e sospensioni costruiamo, come ascoltiamo e come le parole si riflettono in noi, creando tensioni e distensioni, concentrazione e distrazione, vicinanza e allontanamento, distanze, simmetrie, e asimmetrie, che danno chiarezza alla comunicazione.

E’ difficile per noi sfuggire a questo meta livello di osservazione di quanto ci accade, esso fa parte dello strumentario professionale, della necessità di stare in relazione e nell’azione comunicativa con l’altro, per selezionare cosa sia necessario dire o fare, per costruire senso e interazione, per generare nessi e accogliere risposte, che ci spingano in una direzione di significato, non casuale.

Di questo spostarci di continuo tra i corpi che siamo e il mondo che incontriamo facciamo una pratica costante, che si traduce in un diverso e profondo approccio al mondo e alle persone che incontriamo, per natura e per cultura, per affetti e per professione.

Aggiungerei un altro punto di pensiero, lo spazio web consente l’uso di alcuni canali corporei non verbali, ma non di tutti, e questa rarefazione di stimoli aiuta ad osservarse meglio, a stare su quel livello “meta” in cui cogliere gli spostamenti spazio temporali nel discorso, le emozioni veicolate, la scelta delle parole …

Questa prima possibile connessione, che stiamo eplorando, pensandola, ci da buoni spunti per comprendere le azioni educative quando siamo in ambito lavorativo, e il posizionamento dei   nostri corpi “educanti”.