perché scrivere di Educazione?

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Esistono storie che non riescono ad essere viste perché si chiudono nella relazione tra educatore e utente, tra Maria e Nadia, tra un adulto che sa che cosa sta facendo ed un utente che ha bisogno di quel sapere che trasforma un gesto in cura, che trasforma un azione casuale in un pensiero e lo inserisce in un progetto.

ma spesso il sapere si ferma in quell’azione, in quel gesto.

il sapere studiato, conosciuto  e pensato, il sapere di un gesto che cura, che si occupa di altri riesce a connettere situazione e bisogni differenti e a trovare nuovi modi per far stare bene le persone che abitano quel contesto, quella casa, quel territorio, quella scuola.

Il sapere educativo che parla di come da un pensiero e da un progetto scritto si riescano a realizzare buone pratiche educative che siano azioni dirette con l’utenza o buone pratiche di coordinamento di un’équipe, di pensiero ed innovazione attorno ad un determinato fuoco, oggetto intenzionale, mandato della committenza, è pane quotidiano nei servizi educativi che incrocio.

Le buone prassi educative e il sapere pedagogico sono importanti per la società perché è la parte professionale che si cura delle persone: è la declinazione pratica dei servizi che hanno come mandato il creare contesti per una crescita favorevole dei soggetti della società.

eppure, tutto ciò fatica ad essere mostrato da chi se ne occupa alla società.

esistono relazioni alla committenza, relazioni per il tribunale che segue il minore, incontri con le famiglie dell’utente e via dicendo. 

manca a mio avviso il “ritorno” alla società che sui servizi investe. perché i servizi sono pagati con contributi pubblici, per la maggior parte, almeno.

per me si apre dunque una sfida (come mi ha rimandato Michaela Matichecchia): narrare sul web, trovando luoghi e tempi, modi e parole è un’opportunità perché il sapere di ciò che si insegna e si impara diventi un bene collettivo, della comunità, della società?

è possibile narrare ciò che gli educatori e i pedagogisti immettono con le loro pratiche quotidiane al “servizio” della comunità? è possibile mostrare ciò che gli utenti dei servizi apprendono e insegnano a loro volta?

secondo me si. 

è uno sforzo, sicuramente, perché non si è abituati, non si è neppure formati per farlo.

ma credo che la posta in gioco sia alta perché mancando sul web. e se non ci si è, si rischia di rimanere impigliati nella relazione diretta del servizio.

il web non è il mondo, d’accordo, ma è una finestra. e se una casa non ha finestre, e neppure porte, è una costruzione inutile.

il web è, a mio avviso, una possibilità “a bassa soglia” per potersi mostrare e per poter dar valore, attraverso la narrazione, alle tante storie di cura che abitano la nostra società, mettendo in luce un sapere che fa fatica ad arrivare nei testi, nei saggi, nelle aule universitarie, nella vita della gente.

ma se penso al fine ultimo della pedagogia 

Pedagogia= pedos- persona in crescita (formativa, non solo anagrafica/bambino) e agoghé- azione (non discorso, da logos, come spesso si confonde). La pedagogia è dunque, letteralmente la scienza dell’azione di/con una persona in crescita formativa, in educazione appunto.  cit. Manuela Fedeli

non possiamo toglierci, fare un passo indietro: occuparsi delle persone in crescita significa occuparci del futuro nostro e delle nostra comunità. e dire che lo facciamo e come lo facciamo è necessario per poter progredire come individui e come società. e farlo sul web è una delle possibilità.

volete tirarvi indietro?

Anna Gatti

 

(questo post è stato pubblicato per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 7/08/2014)

Circolarità comunicativa: là dove può stare l’Educazione

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Le storie fanno parte della vita di ogni giorno: siamo sottoposti quotidianamente a migliaia di stimoli narrativi da parte delle agenzie narrative (televisione, videogiochi, cronaca, ecc…). Le storie, se usate consapevolmente, possono diventare degli straordinari strumenti per mettere ordine e dare un senso alle esperienze, per immaginare il futuro e gestire le scelte, per costruire la propria identità e quella dei gruppi di cui facciamo parte. Le storie sono uno strumento per lo sviluppo delle persone, per l’assunzione di potere e controllo (empowerment) sulla propria vita e sulle proprie scelte.” F. Batini, S. Giusti, Le storie siamo noi.

Mi piace iniziare con questa considerazione. Noi siamo fatti delle storie che viviamo, per come le raccontiamo o ci vengono raccontate. A quanti di voi è capitato, a me un milione di volte, di raccontare una propria esperienza e poi portarsi con sé, nei ricordi, più il racconto che ne abbiamo fatto che non i fatti per come sono realmente accaduti? Chiaro, come in tutto, anche in questo ci può essere una deriva patologica, che però non è interessante ora e non interessa a me. Storie d’amore terminano e spesso i due protagonisti hanno memorie differenti di ciò che hanno vissuto e paradossalmente condiviso. Lo stesso accade quando si racconta di un corso di formazione, di un accadimento lavorativo. In generale ce ne accorgiamo ogni volta che raccontiamo la nostra versione dei fatti a terzi, in presenza di persone che sono state testimoni della “nostra” esperienza. Pongo le virgolette al pronome possessivo perché non è un caso che le esperienze siano connotate da caratteri neutrali. Ciò che le tinge di sfumature particolari, è il modo in cui ognuno di noi le vive e le colora.

Quando raccontiamo, compiamo forti selezioni degli accadimenti reali, anche senza volerlo e nemmeno senza dover avere particolari abilità comunicative. Se gli esseri umani sono l’unica specie ad oggi vivente, e conosciuta, che necessita di rappresentarsi ciò che accade nel Mondo, a maggior ragione questo bisogno diventa stringente quando si vive qualcosa in prima persona. “Non puoi sapere come sia andata veramente! Sono io che l’ho vissuta! Io so come è andata!”. È questa una sacrosanta verità, che però rimane incompleta se lasciata a se stessa. La nostra vita è il risultato dell’incontro tra le storie che “ci” raccontiamo con quelle che, di noi e del Mondo, ci raccontano gli altri. Un esempio su tutti, banale forse, ma preciso: quanti ragazzi e ragazze crescono convinti di non essere bravi a disegnare perché “Me l’han sempre detto di non essere buono/a…”. Poi capita, e io ne ho le prove, che gli stessi ragazzi e ragazze cimentandosi, per chissà quali convergenze astrali, nella stessa attività da più grandi, scoprano di avere capacità inaspettate. Quello che gli altri, soprattutto se sono persone affettivamente significative, ci raccontano di noi, ci fanno diventare quel che siamo.

La narrazione delle storie ha molto a che fare quindi con i processi educativi. Tutti noi tendenzialmente viviamo un giorno dopo l’altro e, presi dai mille impegni, difficilmente troviamo il tempo per mettere a fuoco la nostra vita. Il risultato è che, se non riusciamo ad allenare la nostra consapevolezza, abbiamo la forte sensazione che il Mondo vada avanti anche senza di noi, che le cose capitino perché così deve essere, che ci sono cose impossibili da governare. E per certi versi è vero. Per fortuna non possiamo controllare tutto. Se così fosse avremmo una triste vita senza sorprese. Ma allenare la consapevolezza vuol dire trovare quel giusto mezzo tra ciò-che-posso e ciò-che-capita.

L’Educazione è l’allenatore in questo gioco. Insegna a mettere a fuoco ciò che abbiamo imparato dalle esperienze che abbiamo vissuto. Ma non solo. Basandosi necessariamente sull’interazione tra due o più individui, permette di raccontarle e raccontarcele, trasforma le esperienze in storie da leggere e rileggere, per far sì che la vita di ognuno possa diventare un libro compiuto, per come ai protagonisti piace. E, se piace (questo è un must dei percorsi di Orientamento), vuol dire che ci appartiene, che è una storia capace di far vibrare le nostre corde e ci permette di comporre nuove parti della colonna sonora dei nostri giorni.

So che l’ambiguità è dietro la porta in questo discorso. Un errore enorme, da parte degli educatori, sarebbe quello di contribuire a inventare storie su di sé, allontanando le persone dal dato di realtà. Questa è una deriva pericolosa che è fondamentale aver sempre ben presente. Lo spettacolo però inizia quando, a partire dai dati di realtà, una persona riesce a costruirsi una storia di sé che le appartenga, imparando a non trascurare le pagine oscure della propria esistenza, a godere di quelle colorate, per poi continuare a scrivere di sé,con tutti gli incontri e le esperienze che compie vivendo.

E c’è poi un importante distinguo da sottolineare. Raccontare storie è differente dal raccontarsele, perché questa seconda declinazione può indicare sia la necessità di raccontarsi storie per rassicurarsi, ma anche il bisogno di allontanare la “verità” dei fatti, perché ci fa male, non riusciamo a sostenerla. Raccontare le nostre storie a qualcuno, invece, ci pone in un percorso di autoconsapevolezza crescente. Ed è qui che trova spazio l’Educazione. Chi ci ascolta può infatti aiutarci a ri-guardare l’esperienza che narriamo, cogliendo, attraverso un’intenzionalità pedagogica, i ruoli che abbiamo rivestito in quella storia, dandoci la possibilità di scegliere nuovamente quei ruoli, in date situazioni o provare a giocarne altri.

Sfogliare le esperienze vissute, con chi di professione ha il compito di individuare gli scarti di apprendimento possibili, fa sì che anche a posteriori una persona possa mettere a fuoco capacità, competenze, interessi, strategie di azione e di interazione. Un bagaglio di autoconsapevolezze con cui è possibile continuare a vivere con maggior sicurezza e intenzionalità. Lo stesso avviene mentre viviamo un’esperienza nel presente e un educatore ci accompagna ad attraversarla mostrandoci nella contemporaneità dei fatti quello che stiamo imparando.

Esiste poi un secondo livello. Quello che ci permette una narrazione scritta. Porci con carta e penna, o sulla tastiera, per trascrivere una nostra esperienza è un’azione che dischiude svariate possibilità.
Si può scrivere per se stessi, compiendo una autoriflessione. Si può scrivere su foglietti volanti, diari, riempire file che rimarranno nei nostri dispositivi informatici, a mo’ di autobiografia, ma anche per aneddoti e con l’intenzione di conoscerci meglio.
Si può scrivere per altri, che leggeranno le nostre parole, quali interlocutori legittimi e attivi capaci di darci rimandi su ciò che decidiamo condividere.

Scrivere per altri è un’esperienza che in-segna. Nel momento in cui buttiamo giù pensieri sapendo che qualcun’altro li leggerà, facciamo lo sforzo di rendere comprensibile, leggibile appunto, quell’esperienza. In questo processo, automaticamente, la stessa esperienza si rende più chiara anche per noi. Ci soffermiamo sui particolari, perché siano chiari per chi li leggerà. Ne scopriamo di nuovi. La stessa esperienza si arricchisce, si svelano pieghe di cui prima non conoscevamo l’esistenza. S-piegare a qualcuno indica proprio l’atto di scandagliare le pieghe e dare uniformità alla tela già tessuta.

Esiste anche un terzo livello di rielaborazione. Cosa imparo a narrare di me e delle mie esperienze? E cosa vuol dire imparare a narrare un’esperienza educativa o che parli di Educazione? e scrivere su web implica variazioni?

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 su www.nessipedagogici.blogspot.it

 

Narrazione educativa

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Lavorando da tanti anni nella cooperazione sociale ciò che percepisco come molto evidente è la difficoltà di riuscire a raccontare ciò che si fa.

Progetti bellissimi, risultati ottimi, sperimentazioni originali e molto interessanti. 

Tutto però rimane nel patrimonio di chi c’è: degli utenti e degli operatori, al massimo dell’organizzazione da cui nasce. Difficilmente il mondo attorno sa ciò che si sta facendo.

Si da spesso colpa al tempo che manca, alle risorse insufficienti per il pensiero che accompagna la pratica.

Senza pensiero però il binomio circolare “prassi-teoria-prassi” che permette di partire da un progetto ideale, attivare delle pratiche e poi valutare i risultati per poter riprogettare e modificare, implementare, migliorare la pratica, va un po’ a pallino.

Non dappertutto è così chiaramente.

Quella che invece è, in modo desolato, abbandonata da tutti è la comunicazione sul web degli apprendimenti, dei risultati, dei processi in corso nei servizi e nelle organizzazioni.

Non c’è traccia.

Sapendo quanto il web sta occupando la nostra vita quotidiana, quanto ci permette di imparare del mondo, quanto incide sul nostro modo di vedere il mondo, i servizi sociali ed educativi rischiano di rimanere solo aderenti ad un azione, ad un servizio che “serve”, alla concretezza di mani che sostengono, della pazienza che accompagna, della condivisione che supporta.

Un servizio educativo, e a maggior ragione le organizzazioni che se ne occupano, ha invece il compito di produrre pensiero e sapere attorno a ciò che fa.

Credo che il bisogno di essere dunque visibile sul web sia necessario.

e fattibile.

Di storie da raccontare ce ne sono tantissime.

Di sapere educativo e pedagogico, anche.

Serve fonderle con il linguaggio e con i luoghi del web per poterlo rendere nuovamente fruibile, pubblico e generativo. 

Anna Gatti
(questo post è apparso per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 14/07/2014)
da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online. la prossima edizione si terrà a Firenze il 19 e 20 novembre 2016 >> qui tutte le info Educatori Digitali in Bottega

Connessioni attorno al corpo

(Questo articolo  è già apparso su Ponti e Derive filo 25 marzo 2015 con il titolo”Prove di connessione #corpo4″)

Come Metas e con Vania Rigoni de La bottega della pedagogista, ormai abbiamo una frequentazione quotidiana fatta di incontri via web (WhatsApp Facebook, blog), iniziata quasi un anno fa e si è concretizzata in un paio di incontri materiali a Milano e Firenze, che hanno permesso di costruire un setting professionale in cui progettare, scambiarci file testi, riflettere e confrontarci sulla dimensione che ci è più comune e propria: l’educazione e la pedagogia.

Da lì quasi per caso abbiamo creato un contenitore virtuale e nutriente che nel tempo ci ha permesso di farci una sorta di una supervisione peer to peer, di costruire una notevole connettività di idee, istanti di automutuoaiuto, e esplorare spazio dove incontrarsi “pensanti”, e pronte a scambiare idee prima di reimmetterci nel mondo quotidiano, fatto di lavoro e vita personale.
Ieri in un momento di pensiero ieri abbiamo focalizzato il nesso forte, che ci permette di procedere, oltre al tema comune della pedagogia, un nesso che passa dal corpo,
I messaggi registrati di WhatsApp, con cui condividiamo spesso parole e pensieri, veicolano le emozioni, con le sfumature del tono della voce, le attese, e i pensieri narrati. Il condimento delle nostre conversazioni (e interazioni) si fa con domande tecniche e spaccati personali, che raccontano del nostro essere donne nella quotidianità familiare/affettiva e professionale.

Spesso il corpo si fa mezzo e modo di interagire al mondo, e appare tra le parole. Tutte ri-conosciamo la centralità del corpo nelle nostre narrazioni, fatta di un corpo che è e che sente, che si emoziona e ci crea emozioni, agisce con intenzione, genera comunica, dentro e parole, oltre alle parole, costruendosi e presentificandosi nel linguaggio e nella scrittura. E’ il corpo delle passioni e si riempie dei diversi linguaggi tecnici e personali, e poi anche dello stress e della fretta, delle fatiche e delle ferite, delle riuscite e della felicità improvvise.

Il nostro corpo che ci contiene e ci permette.

Il corpo che siamo e che si pensa mentre agiamo, costruendo i ponti di senso, e il senso delle relazioni, dando spessore e ritmo, tridimensionalità ad uno strumento (pc e smartphone) altrimenti neutro e non vivo.

Inoltre la nostra plurima interazione, riflette il personale e lo differenzia dal professionale, e mostra la presenza del corpo, oltre che del pensiero e della parola; obbligando a trattenerci sulla soglia e ad osservare e rimandare, negli scambi, dove ci posizioniamo e collochiamo quando ci confrontiamo con l’altro (le altre in questo caso). Come parliamo, dove ci collochiamo in uno spazio ideale, che tempi e sospensioni costruiamo, come ascoltiamo e come le parole si riflettono in noi, creando tensioni e distensioni, concentrazione e distrazione, vicinanza e allontanamento, distanze, simmetrie, e asimmetrie, che danno chiarezza alla comunicazione.

E’ difficile per noi sfuggire a questo meta livello di osservazione di quanto ci accade, esso fa parte dello strumentario professionale, della necessità di stare in relazione e nell’azione comunicativa con l’altro, per selezionare cosa sia necessario dire o fare, per costruire senso e interazione, per generare nessi e accogliere risposte, che ci spingano in una direzione di significato, non casuale.

Di questo spostarci di continuo tra i corpi che siamo e il mondo che incontriamo facciamo una pratica costante, che si traduce in un diverso e profondo approccio al mondo e alle persone che incontriamo, per natura e per cultura, per affetti e per professione.

Aggiungerei un altro punto di pensiero, lo spazio web consente l’uso di alcuni canali corporei non verbali, ma non di tutti, e questa rarefazione di stimoli aiuta ad osservarse meglio, a stare su quel livello “meta” in cui cogliere gli spostamenti spazio temporali nel discorso, le emozioni veicolate, la scelta delle parole …

Questa prima possibile connessione, che stiamo eplorando, pensandola, ci da buoni spunti per comprendere le azioni educative quando siamo in ambito lavorativo, e il posizionamento dei   nostri corpi “educanti”.