– soffocamenti organizzativi e lavoro di cura – (appunti)

Prima o poi dovremmo fermarci a comprendere l’intera origine dello stress da lavoro correlato, nel terzo settore, e come si generi il famigerato burn out. Lavorando oramai nel settore dal 89, ho visto alcuni cambiamenti storici e culturali, così oggi non sono più certa che dipenda così tanto dal peso attribuito all’utenza o da quelle cause che la letteratura in materia ci ha insegnato a distinguere. Il mondo cambia e quello dei servizi alla persona si muove con esso.

Le lamentele (intese come narrazione delle fatiche) di chi pratica le professioni di cura ed educative illustrano spesso una sorta di soffocamento, sovraffollamento cognitivo e operativo, una sovrapposizione di ruoli, una operatività che di colloca in tempi asfittici, un aumento delle mansioni burocratiche che si aggiungono al lavoro usuale, insieme alle tensioni economiche, e all’aumento del “lavoro” in un tempo e/o modo sempre più frammentato. Quindi sembra abbastanza naturale chiedersi se tale soffocamento sia determinato, negli ultimi anni, anche dal ruolo che il dispositivo organizzativo assume nel governare le pratiche di cura, ed educative.

La “cura” (aver cura, educare, insegnare etc) non può essere definita solo per l’utente finale, ma dovrebbe, per coerenza, attraversare i dispositivi formativi, organizzativi, gestionali, senza essere bloccata dalle molte strozzature che invece si rilevano.

La dimensione della burocrazia organizzativa risulta sempre più impegnativa, insieme a quella data dall’aumento delle deleghe al controllo finalizzate alla gestione di una responsabilità discesa o a scalare (sicurezza, privacy, modulistica etc etc), cui si aggiunge il controllo delegato di azioni sempre più parcellizzate che pur facendo tutte di una necessaria dimensione di presidio di parte delle pratiche, viene gestita  come un imperativo categorico. Tale dimensione non passa attraverso la formazione ma piuttosto dell’informazione, o della ricerca di senso condiviso, o dalla creazione di una cultura capace di riconnettere le azioni di cura alla struttura formale di un servizio e quindi dell’organizzazione che lo genera.

L’aver cura/crescere/educare è una pratica umana che ha una valenza originaria e naturale che è via via transitata ad una organizzazione lavorativa, tecnica, organizzativa, burocratica (bisogna misurare la prestazione offerta), ma se tale valenza smarrita, se il sistema non riesce a sintonizzarsi sull’orizzonte di senso originario (educare e aver cura), restando fissato sul tema organizzazione/burocrazia il rischio è un aumento dello stress e del non senso dei ruoli, della professione, dell’azione messa in pratica.

Che senso ha il gesto dell’avere cura, di una parte del mondo, se si soffoca tutto ciò che sta attorno?

Il post è stato pubblicato originariamente da Monica Cristina Massola su Facebook

#assaltialcielo: dall’educazione alla politica

Il 22 e 23 ottobre in Università degli Studi di Milano – Bicocca è stato realizzato il convegno ‘Assalti al cielo e ritirate strategiche. Sguardi sul lavoro educativo’.

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Chi ci segue sa che Metas ha partecipato, insieme ad altre organizzazioni del Terzo settore, alla costruzione e all’organizzazione di questo evento, voluto dal Prof. Tramma, che è Presidente del CdS in Scienze dell’Educazione.

A questo link potete rintracciare tutte le organizzazioni che hanno collaborato all’impresa

Metas in tutto questo percorso, ricco ed arricchente, ha approfondito la parte della comunicazione. L’intenzione guida è stata quella di evitare una promozione che avesse le sole sembianze di una vetrina per pubblicizzare l’evento, ma che avesse invece il sapore pedagogico della narrazione di un’esperienza, di cui tenere traccia per non disperdere gli insegnamenti possibili e gli elementi da trattenere per continuare a curare tutto ciò che il convegno ha generato: cosa si porta a casa il Terzo settore? Che tesoro può farne l’Università? E quali spazi di dialogo sono stati aperti con tra mondo dei servizi educativi e Politica?

In attesa di decidere, insieme al Prof. Tramma e alle organizzazioni, come continuare a gestire il sito www.assaltialcielo.wordpress.com, rilanciamo da qui le domande che il mondo dell’Educazione professionale ha posto alla Politica. Durante il convegno, infatti, sono stati fatti 4 workshop:

  • Problematicità del lavoro educativo
  • Rapporto tra lavoro educativo, istituzioni e politica
  • Innovazione nel/del lavoro educativo
  • Sguardi sull’educazione dentro e fuori la scuola.

Ogni workshop ha permesso di mettere a fuoco alcune domande da porre ai politici con cui è stata fatta una tavola rotonda.

Riportiamo qui le domande, che è importante non disperdere e che per Metas è importante condividere con tutti i soggetti che ne fossero interessati, per arricchire questo lavoro di nuovi sguardi:

  • Dove va oggi l’educazione professionale dal punto di vista politico?
  • Chi ha una formazione pedagogica e poi entra attivamente in politica, quanto riesce a far comunicare i due ambiti? Cosa dello sguardo pedagogico porta in politica?
  • Le innovazioni in campo educativo vengono finanziate primariamente da fondazioni private oggi. La politica ne è cosciente? Cosa ne pensa?
  • Che percezione hanno i politici di quello che vedono e pensano gli educatori dall’interno dei servizi educativi?
  • Che dizionario comune, tra lavoro educativo e politica, è possibile costruire?
  • Cosa può fare la politica per riconoscere al lavoro educativo un giusto riconoscimento economico, che equivalga al valore sociale che al nostro lavoro viene già riconosciuto
  • Come la politica può promuovere il recupero di un approccio che aiuti la scuola ad aprirsi al territorio?
  • Quanto la politica può promuovere la coprogettazione tra lavoro educativo e scuola?

Presi nella rete: pescatori o pesci?

Internet è la più grande biblioteca del mondo. È solo che tutti i libri sono sparsi sul pavimento. (John Allen Paulos)

Non saranno né la televisione né Internet a creare disagio ai bambini e agli adolescenti, quanto una certa indisponibilità degli adulti a esserci. (Paolo Crepet)

Tutte le organizzazioni che si occupano di ragazzi e giovani, oggi si interrogano sull’importanza di educare ‘all’utilizzo di internet’.

In pochi però sanno, quando richiedono l’intervento formativo, che è importante educare i ragazzi e le ragazze all’uso del web, ma soprattutto formare gli adulti ad accompagnare i giovani in questa esperienza, fatta di luoghi digitali da imparare ad attraversare e dispositivi tecnologici da imparare ad utilizzare.

Il progetto Presi nella rete, nasce a partire da una richiesta formativa fatta a Metas, nella primavera del 2014, da un’organizzazione di volontariato, un oratorio, con cui la collaborazione era attiva, allora, già da un biennio.

Il progetto è stato realizzato attraverso:

Una serata pubblica per genitori, aperta a tutta la cittadinanza

un laboratorio per adulti attivi nell’organizzazione

tre laboratori con adulti e ragazzi insieme, per ragionare su rischi e potenzialità del web, ma anche per stilare una sorta di vademecum intergenerazionale per la navigazione di internet e l’utilizzo dei dispositivi che la permettono. Il vademecum è stato poi pubblicato, dagli adulti dell’Oratorio, attraverso il giornalino parrocchiale e diffuso nelle case del paese.

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È stato un progetto interessante per Metas, perché ci ha permesso di generare un confronto da laboratorio sociale, tra adulti e giovani, evidenziando le potenzialità e le capacità dei giovani rispetto al web (in grado di ‘fare scuola’ agli adulti), ma anche la necessità della presenza di un presidio adulto che sappia accompagnare i ragazzi e le ragazze in queste esperienze digitali, perché, come per tutte le esperienze da che esiste l’umanità, il senso del presidio educativo è quello di esplorare insieme un contesto, fisico, digitale, simbolico che sia. È non lasciare soli, non lasciarsi soli.

Tutto ciò in real time, lasciando a noi, una volta assettato il dispositivo, la sola conduzione degli incontri, aiutando giovani e adulti a confrontarsi, domandarsi, scegliere, esporre paure e desideri. E noi conduttrici abbiamo compiuto un’opera di mediazione e di risistematizzazione di saperi tecnici ed educativi.

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Ad esperienza conclusa possiamo dire che Presi nella rete sia, innanzitutto, un format adattabile ai diversi contesti in cui adulti e giovani si confrontano su tematiche relative al web e al suo attraversamento.

Abbiamo anche potuto constatare la rilevanza analogica nell’affiancare le esperienze di vita fisica e concreta con quelle digitali: portare coloro che incontriamo in formazione alla radice pedagogica per cui si educa attraverso l’esperienza condivisa, qualsiasi tipologia di esperienza essa sia, permette a coloro che sono in formazione di non spaventarsi davanti al web e ai rischi eventuali che porta con sé, ma di ricentrare la propria capacità di esperire, il bisogno di essere accompagnati nelle esperienze, il valore dell’intergenerazionalità e ciò che per ognuno è importante insegnare, in questo caso, ai più giovani e imparare come adulto. Ma anche mettere a fuoco, per ragazzi e ragazze, il valore adulto del saper ‘fare’ esperienza, anche laddove le competenze tecniche non sono al massimo delle loro possibilità e necessità e chiedere aiuto.

Manuela Fedeli

Per questo progetto, con Metas ha collaborato Alessia Zucchelli, pedagogista esperta di tematiche web in ambienti giovanili.

Educazione: Narrazione vs Efficacia

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Perché scrivere di Educazione è un tema che ho già trattato qualche mese fa qui

Ora mi interessa soffermare l’attenzione su un altro aspetto: che rapporto c’è tra narrazione ed efficacia delle pratiche educative?

Uno degli assiomi fondativi per l’educazione professionale è l’importanza della narrazione di ciò che accade.

Questo aspetto viene ritenuto importante perché quando si narra si assolve ad una duplice funzione: a quella autoformativa per chi scrive se ne affianca una formativa che permette, anche a chi legge, di poter comprendere, analizzare, sviscerare, rileggere, fare un lavoro di meta-pensiero attorno ai concetti e alle pratiche descritte.

Mi viene allora da pensare che la scrittura di ciò che accade dentro i servizi educativi ha una grandissima possibilità: il web sta ancora una volta mostrando che la narrazione è importante perché narrare permette a chi non era in scena di comprendere ciò che accade, permette di sentirsi parte, permette di riconoscersi nelle parole, nelle immagini che i racconti scaturiscono.

Affianco allo storytelling che tante aziende attuano perché è “L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva” – Andrea Fontana, l’educazione professionale può, anzi, deve mostrare uno scarto: non narro per persuaderti ma narro perché ciò serve a comprendere. I

servizi educativi fanno fatica ad assolvere a questa funzione. Ma non è così veramente possibile raccontarsi restituendo alla comunità almeno l’idea di ciò per cui si è pagati con (per la stragrande maggioranza delle situazioni) soldi pubblici?

Se l’efficacia è definita come “la capacità di raggiungere un determinato obiettivo” – diz. Albanesi narrarsi permette di tracciare il percorso, di far vedere le complesse curve, le salite e le discese, della strada che si sta affrontando, a volte permette di mostrare paesaggi inediti.

Reportage fotografici fatti di immagini e parole degli operatori, degli utenti, dei partners che vogliono, giustamente capire. Tutta questa narrazione può permettere di rendere evidenti e pubbliche le sfaccettature dell’educazione professionale spesso difficilmente mostrabili in diretta, mentre accadono.

L’efficacia dunque richiesta da parte dei committenti e della cittadinanza è, secondo me, la deriva che si è presa per cercare di capire quello che accade nei servizi e nei progetti educativi. Forse è possibile, e maggiormente interessante, mostrare passo passo ciò che si fa, senza “denudarsi”, ma permettendo a chi legge di comprendere meglio le azioni di cura, le strategie educative scelte intenzionalmente e il valore che ha quell’intervento.

A seguito di un massiccio uso intelligente della narrazione, forse la smetteranno di chiederci di essere più efficaci e ci chiederanno di raccontar loro delle storie che li rendano partecipi. E noi di storie ne abbiamo da vendere.

Anna Gatti

(questo post è apparso una prima volta sul blog  http://edieducazione.blogspot.it il 17/03/2015)

Da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online >> qui tutte le info del prossimo appuntamento di Novembre 2016 a Firenze>>Educatori Digitali in Bottega

perché scrivere di Educazione?

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Esistono storie che non riescono ad essere viste perché si chiudono nella relazione tra educatore e utente, tra Maria e Nadia, tra un adulto che sa che cosa sta facendo ed un utente che ha bisogno di quel sapere che trasforma un gesto in cura, che trasforma un azione casuale in un pensiero e lo inserisce in un progetto.

ma spesso il sapere si ferma in quell’azione, in quel gesto.

il sapere studiato, conosciuto  e pensato, il sapere di un gesto che cura, che si occupa di altri riesce a connettere situazione e bisogni differenti e a trovare nuovi modi per far stare bene le persone che abitano quel contesto, quella casa, quel territorio, quella scuola.

Il sapere educativo che parla di come da un pensiero e da un progetto scritto si riescano a realizzare buone pratiche educative che siano azioni dirette con l’utenza o buone pratiche di coordinamento di un’équipe, di pensiero ed innovazione attorno ad un determinato fuoco, oggetto intenzionale, mandato della committenza, è pane quotidiano nei servizi educativi che incrocio.

Le buone prassi educative e il sapere pedagogico sono importanti per la società perché è la parte professionale che si cura delle persone: è la declinazione pratica dei servizi che hanno come mandato il creare contesti per una crescita favorevole dei soggetti della società.

eppure, tutto ciò fatica ad essere mostrato da chi se ne occupa alla società.

esistono relazioni alla committenza, relazioni per il tribunale che segue il minore, incontri con le famiglie dell’utente e via dicendo. 

manca a mio avviso il “ritorno” alla società che sui servizi investe. perché i servizi sono pagati con contributi pubblici, per la maggior parte, almeno.

per me si apre dunque una sfida (come mi ha rimandato Michaela Matichecchia): narrare sul web, trovando luoghi e tempi, modi e parole è un’opportunità perché il sapere di ciò che si insegna e si impara diventi un bene collettivo, della comunità, della società?

è possibile narrare ciò che gli educatori e i pedagogisti immettono con le loro pratiche quotidiane al “servizio” della comunità? è possibile mostrare ciò che gli utenti dei servizi apprendono e insegnano a loro volta?

secondo me si. 

è uno sforzo, sicuramente, perché non si è abituati, non si è neppure formati per farlo.

ma credo che la posta in gioco sia alta perché mancando sul web. e se non ci si è, si rischia di rimanere impigliati nella relazione diretta del servizio.

il web non è il mondo, d’accordo, ma è una finestra. e se una casa non ha finestre, e neppure porte, è una costruzione inutile.

il web è, a mio avviso, una possibilità “a bassa soglia” per potersi mostrare e per poter dar valore, attraverso la narrazione, alle tante storie di cura che abitano la nostra società, mettendo in luce un sapere che fa fatica ad arrivare nei testi, nei saggi, nelle aule universitarie, nella vita della gente.

ma se penso al fine ultimo della pedagogia 

Pedagogia= pedos- persona in crescita (formativa, non solo anagrafica/bambino) e agoghé- azione (non discorso, da logos, come spesso si confonde). La pedagogia è dunque, letteralmente la scienza dell’azione di/con una persona in crescita formativa, in educazione appunto.  cit. Manuela Fedeli

non possiamo toglierci, fare un passo indietro: occuparsi delle persone in crescita significa occuparci del futuro nostro e delle nostra comunità. e dire che lo facciamo e come lo facciamo è necessario per poter progredire come individui e come società. e farlo sul web è una delle possibilità.

volete tirarvi indietro?

Anna Gatti

 

(questo post è stato pubblicato per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 7/08/2014)

Circolarità comunicativa: là dove può stare l’Educazione

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Le storie fanno parte della vita di ogni giorno: siamo sottoposti quotidianamente a migliaia di stimoli narrativi da parte delle agenzie narrative (televisione, videogiochi, cronaca, ecc…). Le storie, se usate consapevolmente, possono diventare degli straordinari strumenti per mettere ordine e dare un senso alle esperienze, per immaginare il futuro e gestire le scelte, per costruire la propria identità e quella dei gruppi di cui facciamo parte. Le storie sono uno strumento per lo sviluppo delle persone, per l’assunzione di potere e controllo (empowerment) sulla propria vita e sulle proprie scelte.” F. Batini, S. Giusti, Le storie siamo noi.

Mi piace iniziare con questa considerazione. Noi siamo fatti delle storie che viviamo, per come le raccontiamo o ci vengono raccontate. A quanti di voi è capitato, a me un milione di volte, di raccontare una propria esperienza e poi portarsi con sé, nei ricordi, più il racconto che ne abbiamo fatto che non i fatti per come sono realmente accaduti? Chiaro, come in tutto, anche in questo ci può essere una deriva patologica, che però non è interessante ora e non interessa a me. Storie d’amore terminano e spesso i due protagonisti hanno memorie differenti di ciò che hanno vissuto e paradossalmente condiviso. Lo stesso accade quando si racconta di un corso di formazione, di un accadimento lavorativo. In generale ce ne accorgiamo ogni volta che raccontiamo la nostra versione dei fatti a terzi, in presenza di persone che sono state testimoni della “nostra” esperienza. Pongo le virgolette al pronome possessivo perché non è un caso che le esperienze siano connotate da caratteri neutrali. Ciò che le tinge di sfumature particolari, è il modo in cui ognuno di noi le vive e le colora.

Quando raccontiamo, compiamo forti selezioni degli accadimenti reali, anche senza volerlo e nemmeno senza dover avere particolari abilità comunicative. Se gli esseri umani sono l’unica specie ad oggi vivente, e conosciuta, che necessita di rappresentarsi ciò che accade nel Mondo, a maggior ragione questo bisogno diventa stringente quando si vive qualcosa in prima persona. “Non puoi sapere come sia andata veramente! Sono io che l’ho vissuta! Io so come è andata!”. È questa una sacrosanta verità, che però rimane incompleta se lasciata a se stessa. La nostra vita è il risultato dell’incontro tra le storie che “ci” raccontiamo con quelle che, di noi e del Mondo, ci raccontano gli altri. Un esempio su tutti, banale forse, ma preciso: quanti ragazzi e ragazze crescono convinti di non essere bravi a disegnare perché “Me l’han sempre detto di non essere buono/a…”. Poi capita, e io ne ho le prove, che gli stessi ragazzi e ragazze cimentandosi, per chissà quali convergenze astrali, nella stessa attività da più grandi, scoprano di avere capacità inaspettate. Quello che gli altri, soprattutto se sono persone affettivamente significative, ci raccontano di noi, ci fanno diventare quel che siamo.

La narrazione delle storie ha molto a che fare quindi con i processi educativi. Tutti noi tendenzialmente viviamo un giorno dopo l’altro e, presi dai mille impegni, difficilmente troviamo il tempo per mettere a fuoco la nostra vita. Il risultato è che, se non riusciamo ad allenare la nostra consapevolezza, abbiamo la forte sensazione che il Mondo vada avanti anche senza di noi, che le cose capitino perché così deve essere, che ci sono cose impossibili da governare. E per certi versi è vero. Per fortuna non possiamo controllare tutto. Se così fosse avremmo una triste vita senza sorprese. Ma allenare la consapevolezza vuol dire trovare quel giusto mezzo tra ciò-che-posso e ciò-che-capita.

L’Educazione è l’allenatore in questo gioco. Insegna a mettere a fuoco ciò che abbiamo imparato dalle esperienze che abbiamo vissuto. Ma non solo. Basandosi necessariamente sull’interazione tra due o più individui, permette di raccontarle e raccontarcele, trasforma le esperienze in storie da leggere e rileggere, per far sì che la vita di ognuno possa diventare un libro compiuto, per come ai protagonisti piace. E, se piace (questo è un must dei percorsi di Orientamento), vuol dire che ci appartiene, che è una storia capace di far vibrare le nostre corde e ci permette di comporre nuove parti della colonna sonora dei nostri giorni.

So che l’ambiguità è dietro la porta in questo discorso. Un errore enorme, da parte degli educatori, sarebbe quello di contribuire a inventare storie su di sé, allontanando le persone dal dato di realtà. Questa è una deriva pericolosa che è fondamentale aver sempre ben presente. Lo spettacolo però inizia quando, a partire dai dati di realtà, una persona riesce a costruirsi una storia di sé che le appartenga, imparando a non trascurare le pagine oscure della propria esistenza, a godere di quelle colorate, per poi continuare a scrivere di sé,con tutti gli incontri e le esperienze che compie vivendo.

E c’è poi un importante distinguo da sottolineare. Raccontare storie è differente dal raccontarsele, perché questa seconda declinazione può indicare sia la necessità di raccontarsi storie per rassicurarsi, ma anche il bisogno di allontanare la “verità” dei fatti, perché ci fa male, non riusciamo a sostenerla. Raccontare le nostre storie a qualcuno, invece, ci pone in un percorso di autoconsapevolezza crescente. Ed è qui che trova spazio l’Educazione. Chi ci ascolta può infatti aiutarci a ri-guardare l’esperienza che narriamo, cogliendo, attraverso un’intenzionalità pedagogica, i ruoli che abbiamo rivestito in quella storia, dandoci la possibilità di scegliere nuovamente quei ruoli, in date situazioni o provare a giocarne altri.

Sfogliare le esperienze vissute, con chi di professione ha il compito di individuare gli scarti di apprendimento possibili, fa sì che anche a posteriori una persona possa mettere a fuoco capacità, competenze, interessi, strategie di azione e di interazione. Un bagaglio di autoconsapevolezze con cui è possibile continuare a vivere con maggior sicurezza e intenzionalità. Lo stesso avviene mentre viviamo un’esperienza nel presente e un educatore ci accompagna ad attraversarla mostrandoci nella contemporaneità dei fatti quello che stiamo imparando.

Esiste poi un secondo livello. Quello che ci permette una narrazione scritta. Porci con carta e penna, o sulla tastiera, per trascrivere una nostra esperienza è un’azione che dischiude svariate possibilità.
Si può scrivere per se stessi, compiendo una autoriflessione. Si può scrivere su foglietti volanti, diari, riempire file che rimarranno nei nostri dispositivi informatici, a mo’ di autobiografia, ma anche per aneddoti e con l’intenzione di conoscerci meglio.
Si può scrivere per altri, che leggeranno le nostre parole, quali interlocutori legittimi e attivi capaci di darci rimandi su ciò che decidiamo condividere.

Scrivere per altri è un’esperienza che in-segna. Nel momento in cui buttiamo giù pensieri sapendo che qualcun’altro li leggerà, facciamo lo sforzo di rendere comprensibile, leggibile appunto, quell’esperienza. In questo processo, automaticamente, la stessa esperienza si rende più chiara anche per noi. Ci soffermiamo sui particolari, perché siano chiari per chi li leggerà. Ne scopriamo di nuovi. La stessa esperienza si arricchisce, si svelano pieghe di cui prima non conoscevamo l’esistenza. S-piegare a qualcuno indica proprio l’atto di scandagliare le pieghe e dare uniformità alla tela già tessuta.

Esiste anche un terzo livello di rielaborazione. Cosa imparo a narrare di me e delle mie esperienze? E cosa vuol dire imparare a narrare un’esperienza educativa o che parli di Educazione? e scrivere su web implica variazioni?

Manuela Fedeli

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2014 su www.nessipedagogici.blogspot.it

 

Narrazione educativa

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Lavorando da tanti anni nella cooperazione sociale ciò che percepisco come molto evidente è la difficoltà di riuscire a raccontare ciò che si fa.

Progetti bellissimi, risultati ottimi, sperimentazioni originali e molto interessanti. 

Tutto però rimane nel patrimonio di chi c’è: degli utenti e degli operatori, al massimo dell’organizzazione da cui nasce. Difficilmente il mondo attorno sa ciò che si sta facendo.

Si da spesso colpa al tempo che manca, alle risorse insufficienti per il pensiero che accompagna la pratica.

Senza pensiero però il binomio circolare “prassi-teoria-prassi” che permette di partire da un progetto ideale, attivare delle pratiche e poi valutare i risultati per poter riprogettare e modificare, implementare, migliorare la pratica, va un po’ a pallino.

Non dappertutto è così chiaramente.

Quella che invece è, in modo desolato, abbandonata da tutti è la comunicazione sul web degli apprendimenti, dei risultati, dei processi in corso nei servizi e nelle organizzazioni.

Non c’è traccia.

Sapendo quanto il web sta occupando la nostra vita quotidiana, quanto ci permette di imparare del mondo, quanto incide sul nostro modo di vedere il mondo, i servizi sociali ed educativi rischiano di rimanere solo aderenti ad un azione, ad un servizio che “serve”, alla concretezza di mani che sostengono, della pazienza che accompagna, della condivisione che supporta.

Un servizio educativo, e a maggior ragione le organizzazioni che se ne occupano, ha invece il compito di produrre pensiero e sapere attorno a ciò che fa.

Credo che il bisogno di essere dunque visibile sul web sia necessario.

e fattibile.

Di storie da raccontare ce ne sono tantissime.

Di sapere educativo e pedagogico, anche.

Serve fonderle con il linguaggio e con i luoghi del web per poterlo rendere nuovamente fruibile, pubblico e generativo. 

Anna Gatti
(questo post è apparso per la prima volta sul blog http://edieducazione.blogspot.it il 14/07/2014)
da queste riflessioni nasce Educatori Digitali: un percorso di formazione rivolto ad educatori, pedagogisti, insegnanti, volontari e genitori che vogliono occuparsi di comunicare l’educazione online. la prossima edizione si terrà a Firenze il 19 e 20 novembre 2016 >> qui tutte le info Educatori Digitali in Bottega